Referendum, oggi l’Italia al voto: il duello è politico
Domenica 22 e lunedì 23 marzo 51,4 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per esprimersi sul Referendum costituzionale sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e approvata dal Parlamento lo scorso ottobre. Non è previsto quorum e l’esito dipenderà esclusivamente dai voti validamente espressi: votare “sì” significa confermare la riforma e consentirne l’entrata in vigore, votare “no” significa respingerla e mantenere l’attuale assetto della magistratura.
Il cuore della riforma.
Il cuore della riforma della giustizia è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggi appartenenti allo stesso ordine. Chi entra come giudice, resterà giudice per tutta la carriera; chi sceglie di fare il pm non potrà mai diventare giudice (e viceversa). Oltre due percorsi professionali distinti fin dall’inizio, questo comporta una distinzione più marcata tra chi accusa e chi giudica nel processo penale: secondo i sostenitori della riforma, in questo modo si rafforza il principio del “giudice terzo”. Per i critici, invece, la separazione delle carriere rompe l’unità della magistratura. Tra le principali novità della riforma c’è anche la creazione di due Consigli superiori della magistratura separati, uno per i giudici e uno per i pm: entrambi continueranno a occuparsi di assunzioni, promozioni, trasferimenti e valutazioni professionali.
La novità del doppio Csm.
Una novità molto discussa riguarda la selezione dei componenti dei due Csm che avverrà, almeno in parte, con il sorteggio. L’obiettivo dichiarato della riforma è ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, ma i contrari sottolineano il rischio di una minore rappresentatività. Un altro cambiamento importante riguarda la disciplina dei magistrati. Oggi le sanzioni disciplinari sono gestite dal CSM.
La nascita dell’Alta Corte di Giustizia.
Con la riforma, questa funzione viene tolta al CSM e viene creata una nuova Alta Corte disciplinare che giudica i magistrati in materia disciplinare, opera come organo autonomo e decide sia in primo che in secondo grado, senza ricorso in Cassazione. Inoltre l’azione disciplinare viene attribuita al ministro della Giustizia: si tratta di uno dei punti più contestati dal fronte del “no” perché tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato. Nel complesso, la riforma non interviene direttamente sui processi o sulla loro durata, ma ridisegna l’architettura interna della magistratura e i rapporti tra i suoi organi, modificando equilibri consolidati da decenni. Secondo la maggioranza, che sostiene il “sì”, la separazione delle carriere rafforza l’imparzialità del giudice e limita possibili commistioni tra chi accusa e chi giudica.
Il ruolo delle correnti.
Inoltre, la riforma viene presentata come uno strumento per ridurre l’influenza delle correnti nella magistratura e garantire maggiore trasparenza. Per la premier Giorgia Meloni, la riforma è necessaria per modernizzare il sistema giudiziario, sostenendo che respingerla significherebbe “rischiare di restare con una giustizia che non funziona”. Sul fronte opposto si collocano i partiti di opposizione, gran parte della magistratura associata e diversi costituzionalisti secondo cui la riforma rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura. Secondo i sostenitori del “no”, la separazione delle carriere e il nuovo sistema di governance potrebbero rendere i pubblici ministeri più esposti al potere politico e compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Per la segretaria del PD, Elly Schlein, la riforma “serve a chi sta al potere per sfuggire a ogni controllo”.
Gli effetti politici del voto.
Mancano poche ore all’apertura delle urne. Il 22 e 23 marzo non saranno date qualunque per la storia della Repubblica. Il referendum costituzionale sulla Riforma Nordio ha smesso da tempo di essere un dibattito tecnico per giuristi, trasformandosi in una “resa dei conti” politica tra due visioni dell’Italia, del potere e dell’equilibrio tra i suoi organi. Nonostante le due parti in campo, soprattutto quelle che vorrebbero una valutazione asettica solo sulla portata della riforma, questa tornata elettorale avrà indubbiamente una serie di effetti politici. Per la premier la vittoria del sì, sul quale anche negli ultimi giorni ha messo la faccia significherebbe dimostrare che il Paese è in sintonia con l’agenda del centrodestra.L’obiettivo del Governo, inoltre, è quello di mantenere una stabilità dell’esecutivo. Una vittoria dei “No” non sarebbe solo lo stop a una legge, ma un terremoto politico. Il primo segnale sarebbe quello di un inequivocabile segnale di sfratto politico nei confronti del centrodestra visto che segnerebbe la prima vera sconfitta elettorale su scala nazionale per Giorgia Meloni. Intanto polemiche perle violazioni da una parte e dall’altra del silenzio elettorale.

