Referendum, lo storico: «Mafia e Camorra non hanno influito sul voto»
L'ANALISI
24 marzo 2026
L'ANALISI

Referendum, lo storico: «Mafia e Camorra non hanno influito sul voto»

L'analisi di Salvatore Lupo, studioso della criminalità organizzata
Andrea Ripa

Nelle città simbolo del potere mafioso e camorristico, il risultato del referendum sulla riforma della giustizia ha restituito un’immagine che ribalta molti luoghi comuni. A Palermo, spesso indicata come capitale della mafia, il “no” ha sfiorato il 69 per cento. A Napoli, storica roccaforte della camorra, ha raggiunto il 75,5 per cento. E perfino a Corleone, nome che evoca Totò Riina e Bernardo Provenzano, il rifiuto della riforma ha superato il 52 per cento.

 

Numeri che hanno aperto una domanda politica e culturale: perché proprio nelle aree più segnate dalla presenza della criminalità organizzata una parte così ampia dell’elettorato ha scelto di schierarsi contro la riforma? Secondo lo storico Salvatore Lupo, studioso della criminalità organizzata ed ex ordinario di Storia contemporanea all’Università di Palermo, la chiave di lettura va cercata proprio nel significato politico del voto referendario. “Non sono da considerare, almeno stavolta, terre di mafia”, osserva Lupo. Una formula netta, che rovescia l’idea di un consenso automaticamente influenzato dai poteri criminali. La sua tesi è chiara: in questa occasione le mafie non si sono espresse, oppure non hanno inciso in modo determinante. A prevalere sarebbe stata invece una scelta compiuta in autonomia da una maggioranza di elettori, che ha legato il voto negativo a un principio di legalità e alla difesa della Costituzione.“Non è accaduto, in sostanza, quello che pensava Nicola Gratteri”, aggiunge Lupo. Nei referendum, spiega, il voto tende a essere più libero rispetto ad altre consultazioni, meno soggetto a pressioni e condizionamenti diretti. Proprio questa dimensione avrebbe consentito agli elettori di esprimere una valutazione politica più autonoma sul merito della riforma.

Per lo storico, il “no” non è stato soltanto una scelta conservativa o dettata dalla paura del cambiamento. Al contrario, sarebbe nato dalla convinzione che la Costituzione non possa essere modificata con leggerezza. “La mia esperienza di elettore mi ha sempre portato a votare no perché la Costituzione non può essere cambiata troppo facilmente”, sottolinea.

 

Ma c’è anche un altro elemento, più profondamente politico, che avrebbe inciso sull’esito del voto: il rigetto della malapolitica, del clientelismo e di un sistema di relazioni opache che in molte aree del Mezzogiorno continua a rappresentare una ferita aperta. In questa prospettiva, il referendum avrebbe offerto agli elettori uno spazio per manifestare un dissenso non solo verso la riforma, ma verso un intero modo di esercitare il potere.

 

“Per i referendum la tradizione politica pone un’istanza di legalità”, spiega ancora Lupo. È in questo contesto, secondo la sua analisi, che il voto contrario ha assunto il valore di una presa di distanza da pratiche percepite come estranee o persino dannose rispetto all’interesse collettivo.

 

Il punto decisivo, allora, starebbe nel fatto che una parte consistente dell’elettorato ha ritenuto che quella riforma e quella legge costituzionale potessero abbassare il tasso di legalità, invece che rafforzarlo. Da qui la scelta del “no”, letta non come adesione a logiche di conservazione, ma come una forma di difesa dell’ordine costituzionale.

 

Il risultato emerso da Palermo, Napoli e Corleone suggerisce dunque una lettura meno stereotipata dei territori tradizionalmente associati alla presenza mafiosa. Non un voto eterodiretto, ma una presa di posizione autonoma; non il riflesso di un potere criminale, ma l’espressione di una domanda di legalità. Ed è proprio questo, forse, l’elemento più sorprendente consegnato dal referendum: nelle terre dove più forte è stata storicamente l’ombra delle mafie, una parte significativa dei cittadini ha scelto di riconoscersi, almeno in questa occasione, non nella paura o nel condizionamento, ma nella difesa delle regole democratiche.