Castellammare, uccise il suo rivale nella faida, il boss del clan Cesarano sceglie il rito abbreviato
Ha scelto il rito abbreviato Luigi Di Martino alias ‘o profeta, accusato di aver ammazzato Tommaso Covito il 12 novembre del 2000. Il processo al boss del clan Cesarano, recluso al 41 bis, inizierà a metà maggio, mentre sta proseguendo in Corte d’Assise il procedimento parallello all’altro presunto sicario, Gennaro D’Antuono, attualmente a piede libero poichè scarcerato dal tribunale del Riesame.
Le accuse ai due imputati si fondano principalmente sui racconti dei collaboratori di giustizia. Sono state le rivelazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro, a permettere nel 2020 di riaprire le indagini sull’omicidio di Tommaso Covito, detto “zione”, che fu ammazzato all’età di 27 anni.
Nel 2020 Rapicano racconta agli inquirenti che: «L’omicidio di Tommaso Covito, detto “zione”, è stato commesso dal figlio di D’Antuono, in corso con Luigi Di Martino, detto “il Profeta”. Ho appreso di questo omicidio da Paolo Carolei, il quale ci riferì che Covito era stato vittima di una trappola e che comunque era stato sparato dal “Profeta”, in quanto si era preso dei soldi dal Mercato dei Fiori che non gli spettavano e per questo fu eliminato. Dava fastidio ai Cesarano».
Questa rivelazione di Rapicano è stata ritenuta significativa dagli investigatori, anche perché Paolo Carolei era il cugino di Tommaso Covito e – in quel periodo – assieme ad altri esponenti malavitosi del quartiere Moscarella aveva lavorato a un’alleanza con i capi del rione Cmi con l’obiettivo di mettere in piedi un’organizzazione criminale capace di estendere il controllo sugli affari illeciti anche sulle vicine Santa Maria la Carità e Sant’Antonio Abate. Soprattutto, le rivelazioni di Rapicano per la Procura Antimafia hanno rappresentato un riscontro alle dichiarazioni di altri due collaboratori di giustizia come Antonio Esposito, alias Tonino ‘o biondo, e Alfonso Loreto.

