Referendum, il professor Prisco: “Riforma scritta male, responsabilità del centrodestra”
L'ANALISI DEL VOTO
26 marzo 2026
L'ANALISI DEL VOTO

Referendum, il professor Prisco: “Riforma scritta male, responsabilità del centrodestra”

Il docente di Diritto Costituzionale difende le ragioni della sua scelta: "Le norme andavano cambiate"
Vincenzo Lamberti

Salvatore Prisco, già docente di diritto costituzionale, affronta il dopo referendum

Professore Prisco, il referendum sulla riforma della giustizia ha visto la vittoria del no. Secondo lei cosa non ha convinto del fronte del sì?

«La riforma era stata scritta male, per esempio si disponeva un sorteggio per i due nuovi Consigli Superiori della Magistratura e per l’Alta Corte di Giustizia, non precisando però da subito i criteri e duplicare l’organo avrebbe inoltre messo in imbarazzo il Presidente della Repubblica, vertice di entrambi, nel caso di loro probabili conflitti, laddove sarebbero state preferibili due sezioni, come prevedeva il progetto messo a punto dalla Commissione D’Alema. Poteva poi sembrare (ma personalmente non credo che con le leggi di attuazione questo sarebbe accaduto) che a un magistrato sotto giudizio disciplinare si togliesse il diritto di venire giudicato da un organo formato da una maggioranza di suoi colleghi e il diritto, che è di tutti i cittadini, di ricorrere da ultimo in Cassazione. Non si può chiedere a un corpo votante (non elettorale, perché in questo caso non si doveva eleggere nessuno) di firmare cambiali in bianco, perché così si legittimano i peggiori sospetti. Aggiungo che il ministro Nordio non è stato affatto un brillante comunicatore e la sua capo di gabinetto ha fatto anche di peggio: mi ha colpito che lei (oltretutto ella pure magistrata) sia siciliana e moglie di un politico di quella regione, nella quale – pur prevalendo il no – si è rimasti come partecipazione sotto la media nazionale, nonostante che la Giunta abbia una presidenza di Forza Italia, partito che più di altri della maggioranza teneva alla riforma: che il suo invito a votare per liberarsi dai condizionamenti della magistratura fosse un messaggio per mobilitare l’ambiente mafioso? Negli ultimi giorni, poi, è scoppiato il caso di quel viceministro alla Giustizia, già chiacchierato, in affari proprio con il prestanome di un boss, attraverso la figlia: se ne era consapevole, bisognava cacciarlo, se ignaro – ma non credo – di chi fosse il suo socio, egualmente non poteva stare in un governo. Mi chiedo per quali motivi, magari indicibili, la Presidente del Consiglio non riuscisse a liberarsi di certe persone, le cui dimissioni di queste ultime ore sono state tardive. Comunque sia, tutti questi errori alla fine si pagano tutti quanti».

Si è discusso spesso sul fatto che questa fosse o non fosse una scelta politica. Lei come la pensa?

«Darsi o riformare una Costituzione è sempre la massima scelta politica di un Paese, ma essa impegna auspicabilmente per un futuro a lunga scadenza, che vedrà più generazioni, contesti storici differenti, maggioranze di diverso colore. Altra cosa è la politica contingente, che ha al massimo il respiro di una legislatura. Da tempo, però, le classi politiche, che dovrebbero essere dirigenti, non solo in Italia sono in realtà deboli, non si assumono responsabilità,  inseguono i sondaggi per restare in sella, non riescono e non provano nemmeno più a formare i rispettivi seguaci: viviamo infatti nell’epoca in cui non si ha fiducia nella rappresentanza e si imbocca la scorciatoia del populismo, che purtroppo “usa” lo stesso tema della Costituzione per guadagnare consensi a breve termine.  Anche in Italia si sono avuti molti progetti di mutamenti costituzionali non andati in porto, da varare con modalità alternative a quelle oggi previste dalla Costituzione e prevedevano sempre che alla fine si tenesse un referendum per la loro approvazione, come oggi è prescritto solo per quelli votati in Parlamento dalla metà più uno dei suoi componenti e con un’approvazione del testo aggravata (due volte per ciascuna Camera). Se invece li approvano i due terzi dei parlamentari, il popolo non si può interpellare, perché l’assenso assai largo delle Camere fa presumere che esse si siano espresse ben interpretando i desideri degli elettori. Ebbene, una di queste volte sembrava che una riforma degli apparati organizzativi della seconda parte si potesse approvare già solo in Parlamento (dopo si è effettivamente riusciti a farlo quanto all’introduzione di alcuni nuovi principi nella prima, quali la tutela dell’ ambiente e dell’ecosistema, delle generazioni future, dei diritti degli animali e il riconoscimento del valore formativo dello sport), ma importanti intellettuali di sinistra firmarono e pubblicarono una lettera aperta: altolà, approvatela a maggioranza assoluta – poi non se ne fece comunque nulla –  perché bisogna sentire, attraverso un referendum costituzionale, la voce del popolo».

Lei si era schierato per il sì: ritiene che si sia persa una buona occasione per riformare veramente la giustizia?

«Ero per il sì -con le riserve di cui alla prima risposta – come tutti i socialisti che conosco e non solo loro, perché negli anni molte voci delle varie culture politiche di sinistra avevano sostenuto contenuti pressocché analoghi a quelli della riforma (sorteggio a parte, sul quale però un sondaggio interno all’associazione, qualche anno fa, aveva visto favorevole una robusta minoranza di giovani magistrati, scontenti della loro élite dirigente correntizia). Ho votato allo stesso modo di Augusto Barbera, a lungo costituzionalista e regionalista di riferimento del PCI/ PDS/ DS/ PD,  Marco Olivetti, costituzional-comparatista cattolico, professore alla LUMSA, Giuliano Pisapia, che quando era presidente della Commissione Giustizia della Camera in rappresentanza di Rifondazione Comunista presentò un disegno di legge per la separazione delle carriere, Cesare Salvi e di parecchi altri ancora. Sì, è un’occasione persa chissà per quanto tempo».

Che effetto le ha fatto vedere magistrati cantare Bella ciao o attaccare altri colleghi e pensa che il clima sia destinato a peggiorare?

«Mi faccia glissare su questo. Avrebbero almeno potuto accertarsi, prima di festeggiare (il che dal loro punto di vista era comprensibile), che non ci fossero cellulari in giro: qualche volta, prima di certe udienze delicate o addirittura eccezionalmente a porte chiuse, lo fanno e anche ai seggi non si può andare coi telefonini, infatti io lascio il mio a casa. Veleni in giro purtroppo sono destinati a restarne, ma occorre guardare avanti. Lo spettacolo del Politico contro il Giudiziario, invece della loro leale collaborazione, è stato triste e va superato in fretta».

Il centrosinistra può approfittare di questo voto per mandare un chiaro segnale al governo Meloni in vista delle Politiche? 

«Il centrosinistra quale: stretto, largo, larghissimo? Più spostato verso di sinistra o mettendoci dentro davvero anche il centro e rispettando o no le minoranze interne ai partiti del proprio campo? A me per esempio in questa campagna i “miei” hanno sparato addosso, per fortuna solo a parole sui social network  e “gli altri” non mi hanno certo accolto, perché sanno bene che alle elezioni politiche non voterei per loro. Al momento vedo molta confusione e tante ambizioni, maggiori della chiarezza e concretezza programmatica. All’orizzonte sembrano profilarsi primarie sanguinose tra un demagogo che muore dalla voglia  di tornare a palazzo Chigi e una segretaria del partito maggiore. Di lei però non vorrei parlare: conosco bene la madre, brillante costituzional-comparatista da tempo in pensione come me e che stimo molto, non mi faccia perciò parlare della figlia».

Con questo risultato è impensabile, dunque, anche per un futuro governo mettere mano alla riforma della giustizia?

«Di quanto veda lontano oggi dal governo il centrosinistra ho appena detto, benché anche la destra abbia un ceto politico scadente. Una riforma (non la si chiami però della giustizia: lo sarebbe dell’ordinamento costituzionale della magistratura) potrebbe a questo punto farla in futuro solo un Esecutivo di questa parte, ma lei lo crede possibile, se dal fiancheggiare l’ordine giudiziario essa ha tratto linfa e in più lo teme? Il nocciolo di tutto il problema sul quale si è votato è che l’élite correntizia si immagina come un ceto politico di riserva, aspira a dare le carte e nessuno potrebbe disciplinare questa corporazione mettendosi contro di essa. No, sono pessimista. Resteremo una “Repubblica giudiziaria”, come ha scritto un brillante giornalista, intitolando un suo libro  e una politica debole non riuscirà ad avere ragione di questa stortura, come non riuscirebbe mai a riformare per esempio contro la loro volontà i tassisti, i farmacisti e (me lo faccia dire per onestà intellettuale) il mondo dell’accademia universitaria».