ESCLUSIVA M+ | Delitto Tommasino, la verità del killer: «Prese voti dal clan e poi tradì i D’Alessandro»
IL DELITTO TOMMASINO
27 marzo 2026
IL DELITTO TOMMASINO
ESCLUSIVA M+ | Delitto Tommasino, la verità del killer: «Prese voti dal clan e poi tradì i D’Alessandro»
La testimonianza del killer pentito Salvatore Belviso «Il politico riscuoteva il pizzo sugli appalti del Comune»
Michele De Feo

«Gino Tommasino aveva preso i voti dalla cosca di Scanzano e si era comportato male con la “famiglia” dimenticandosi di Pasquale D’Alessandro».  E’ il collaboratore di giustizia Salvatore Belviso a svelare l’ennesimo retroscena sulle trame oscure che legano la politica stabiese, in questo caso il centro sinistra, alle brame di potere del clan D’Alessandro, la cosca che da mezzo secolo detta legge a Castellammare di Stabia. Ieri mattina l’ex killer della cosca Scanzano ha testimoniato in aula al processo che vede alla sbarra il boss «poeta» Vincenzo D’Alessandro – cugino di Belviso- e il ras Sergio Mosca, accusati di essere i mandanti dell’omicidio dell’ex consigliere comunale del Pd ucciso a colpi di pistola mentre percorreva con la sua auto insieme al figlio 13enne il viale Europa di Castellammare di Stabia il pomeriggio del 3 febbraio del 2009.

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L’udienza

Aula 114, Corte d’Assise del tribunale di Napoli. Sono le 11 del mattino quando il giudice dà inizio all’udienza chiave del processo sul delitto che ha cambiato per sempre la storia di Castellammare. Salvatore Belviso, già condannato in via definitiva per il delitto di Gino Tommasino, fu l’organizzatore dell’agguato e all’epoca dei fatti reggente del gruppo di fuoco che tra il 2008 e il 2009 seminò il panico tra le strade di Castellammare di Stabia e Gragnano. Le sue rivelazioni fatte in fase di indagine sono state determinanti per arrivare ad incastrare i presunti mandanti dell’omicidio dell’ex consigliere comunale del Pd. I due imputati sono collegati in video conferenza, entrambi reclusi al  regime del 41 bis nel carcere di Opera a Milano.

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Mosca, assistito dall’avvocato Renato D’Antuono, è al carcere duro ormai da qualche anno, mentre «Enzuccio» lo ha raggiunto pochi mesi fa. Il boss «poeta», con addosso  una tuta del Real Madrid, è apparso visibilmente dimagrito. Prima di dare la parola al Pm per l’esame del collaboratore di giustizia, il giudice ha letto alcuni passi di una lettera che D’Alessandro ha inviato alla corte.

Il boss afferma di essere in condizioni di salute precarie e di non ricevere adeguate cure mediche in carcere. Una situazione ribadita anche dal suo legale, il penalista stabiese Antonio de Martino. Su richiesta dell’accusa, rappresentata in aula dal dottore Giuseppe Cimmarotta, la corte ha sospeso i termini di custodia cautelare per D’Alessandro e Mosca che a questo punto seguiranno l’intero processo, che conta oltre 50 testimoni e 6 collaboratori di giustizia, da dietro le sbarre.

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La testimonianza

Salvatore Belviso, agli arresti domiciliari da qualche anno, era collegato dal sito riservato. Voltato di spalle, la sua sagoma era ricoperta da una felpa bianca con cappuccio. «Sono Salvatore Belviso e intendo rispondere», ha detto l’ex killer aprendo la sua testimonianza. «L’omicidio di Tommasino- afferma Belviso- era stato deciso una ventina di giorni prima dell’agguato da Vincenzo D’Alessandro durante un incontro nella sua tavernetta a cui era presente anche Sergio Mosca. Entrambi si lamentavano del fatto che il politico stabiese si stava comportando male con Pasquale D’Alessandro e che per questo meritava una lezione». Pasquale D’Alessandro, fratello maggiore di Vincenzo, non imputato al processo, all’epoca dei fatti era detenuto. Le indagini dell’Antimafia hanno dimostrato come tra Tommasino e D’Alessandro esistesse un rapporto d’amicizia.

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«Durante quell’incontro – sottolinea Belviso – dissi che era meglio ammazzare Gino Tommasino. Non conosco il movente dell’omicidio ma Sergio Mosca si lamentava del fatto che Tommasino era stato messo nel suo ruolo di consigliere comunale dal clan D’Alessandro e che non stava più rispettando gli accordi». Belviso racconta di essere venuto a conoscenza di un altro incontro tra Mosca e D’Alessandro durante il quale ci sarebbe stato il placet dei boss sull’omicidio di Tommasino a Renato Cavaliere, anche lui collaboratore di giustizia.

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«Avevamo una lista di persone da ammazzare e Tommasino non era tra le priorità – ha detto Belviso- il politico stabiese raccoglieva le estorsioni alle ditte che avevano appalti al comune di Castellammare e consegnava i soldi al clan». Secondo la tesi della difesa di D’Alessandro e Mosca fu proprio Salvatore Belviso a dare l’ordine di uccidere Gino Tommasino. Una versione che però non combacia con le dichiarazioni del pentito: «Il clan D’Alessandro all’epoca era retto da Vincenzo D’Alessandro e solo lui aveva l’ultima parola sugli omicidi. Avevano un ruolo apicale anche Paolo Carolei e Sergio Mosca».

 

La vittima Gino Tommasino

 

Belviso, tra i personaggi di spicco del clan D’Alessandro cita anche Fabio Di Martino, genero di Carolei e attualmente a piede libero, per la Dda figura di spicco della camorra dei Monti Lattari. Belviso in aula ha affermato che Di Martino avrebbe avuto un ruolo nel duplice omicidio di Carmine D’Antuono e dell’innocente Federico Donnarumma. Una versione su cui però la Dda non ha mai trovato riscontri. Alla prossima udienza, fissata per la metà di aprile, il killer pentito Salvatore Belviso sarà interrogato sul duplice omicidio D’Antuono-Donnarumma e sul delitto di Antonio Vitiello. Fatti di sangue che sarebbero stati ordinati dal boss «poeta» Vincenzo D’Alessandro.