Violenze in carcere a Santa Maria Capua Vetere: la Corte d’Appello conferma l’assoluzione per due agenti
LA SENTENZA
29 marzo 2026
LA SENTENZA

Violenze in carcere a Santa Maria Capua Vetere: la Corte d’Appello conferma l’assoluzione per due agenti

La Corte di Appello di Napoli ha messo un punto fermo sulla posizione di Angelo Di Costanzo e Vittorio Vinciguerra, i due agenti della polizia penitenziaria coinvolti nell’inchiesta sulle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020. I giudici hanno confermato integralmente la sentenza di assoluzione già emessa in primo grado, ribadendo la formula "per non aver commesso il fatto". Oltre alla conferma dell'innocenza, la Corte ha disposto una decisione significativa sul piano economico: le decine di detenuti e il Ministero della Giustizia, costituiti come parti civili, sono stati condannati al pagamento delle spese processuali. Di Costanzo e Vinciguerra sono stati gli unici, tra gli oltre cento indagati iniziali, a scegliere la strada del rito abbreviato. Questa strategia ha permesso loro di essere giudicati separatamente rispetto al "maxiprocesso" che vede attualmente alla sbarra 105 imputati davanti alla Corte d'Assise. La scelta si è rivelata vincente per le difese, guidate dagli avvocati Mauro Iodice e Gerardo Marrocco, puntando tutto sulla fragilità delle prove identificative. A differenza di molti altri colleghi, infatti, nessuno dei due agenti è stato riconosciuto con certezza nei video interni della casa circondariale che documentarono la "perquisizione straordinaria" nel reparto Nilo. Per Di Costanzo la difesa ha sostenuto con successo l'errore di persona, mentre la posizione di Vinciguerra era legata alla dichiarazione di un singolo detenuto che non si era mostrato certo del riconoscimento, morendo poi tragicamente dopo essersi dato fuoco. Durante il giudizio di secondo grado, l'accusa ha tentato di introdurre nuove testimonianze provenienti dal dibattimento principale, ma i giudici d'Appello hanno rigettato l'istanza: quegli atti erano stati acquisiti senza la presenza dei difensori dei due agenti, rendendoli inutilizzabili. Mentre per Di Costanzo e Vinciguerra la vicenda si chiude qui, resta aperto il processo per la "mattanza" del 6 aprile, una delle pagine più buie dell'amministrazione penitenziaria italiana, dove si continua a scavare sulle responsabilità di chi quel giorno scelse la via della violenza come ritorsione.
Marco Cirillo

La Corte di Appello di Napoli ha messo un punto fermo sulla posizione di Angelo Di Costanzo e Vittorio Vinciguerra, i due agenti della polizia penitenziaria coinvolti nell’inchiesta sulle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020. I giudici hanno confermato integralmente la sentenza di assoluzione già emessa in primo grado, ribadendo la formula “per non aver commesso il fatto”.

 

Oltre alla conferma dell’innocenza, la Corte ha disposto una decisione significativa sul piano economico: le decine di detenuti e il Ministero della Giustizia, costituiti come parti civili, sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
Di Costanzo e Vinciguerra sono stati gli unici, tra gli oltre cento indagati iniziali, a scegliere la strada del rito abbreviato. Questa strategia ha permesso loro di essere giudicati separatamente rispetto al “maxiprocesso” che vede attualmente alla sbarra 105 imputati davanti alla Corte d’Assise.

 

 

La scelta si è rivelata vincente per le difese, guidate dagli avvocati Mauro Iodice e Gerardo Marrocco, puntando tutto sulla fragilità delle prove identificative. A differenza di molti altri colleghi, infatti, nessuno dei due agenti è stato riconosciuto con certezza nei video interni della casa circondariale che documentarono la “perquisizione straordinaria” nel reparto Nilo.

 

Per Di Costanzo la difesa ha sostenuto con successo l’errore di persona, mentre la posizione di Vinciguerra era legata alla dichiarazione di un singolo detenuto che non si era mostrato certo del riconoscimento, morendo poi tragicamente dopo essersi dato fuoco. Durante il giudizio di secondo grado, l’accusa ha tentato di introdurre nuove testimonianze provenienti dal dibattimento principale, ma i giudici d’Appello hanno rigettato l’istanza: quegli atti erano stati acquisiti senza la presenza dei difensori dei due agenti, rendendoli inutilizzabili.

 

Mentre per Di Costanzo e Vinciguerra la vicenda si chiude qui, resta aperto il processo per la “mattanza” del 6 aprile, una delle pagine più buie dell’amministrazione penitenziaria italiana, dove si continua a scavare sulle responsabilità di chi quel giorno scelse la via della violenza come ritorsione.