Dell’Oglio: «Ferraro, mister con calma olimpica. Ecco il suo segreto»
SERIE D
30 marzo 2026
SERIE D

Dell’Oglio: «Ferraro, mister con calma olimpica. Ecco il suo segreto»

E' stato suo compagno di squadra alla Turris «Gli ho fatto da autista per un anno, ora mi deve un caffè»
Alfredo Izzo

La Scafatese ha centrato la promozione in Serie C firmando un capolavoro di rara bellezza statistica: una stagione condotta senza conoscere l’amaro sapore della sconfitta. Alle ore 16:30 dello scorso 22 marzo il campo ha decretato il salto di categoria. 72 punti raccolti in 28 giornate, frutto di 22 vittorie e 6 pareggi in stagione. Sono 61 le reti segnate dai canarini. 18, invece, quelle subite. Un record che parla di solidità, tecnica e, soprattutto, della mano sapiente di Giovanni Ferraro. Il tecnico, dopo i trionfi con il Giugliano e il Catania, ha calato il tris, con la terza promozione in carriera. Per esplorare i segreti di questa corazzata e l’animo dell’uomo che la guida, abbiamo interpellato chi Ferraro lo conosce nel profondo, dai tempi in cui il campo si calpestava insieme: Antonio Dell’Oglio, ex calciatore, che con il tecnico gialloblù ha condiviso spogliatoio, fatiche e chilometri in quel di Torre del Greco.

Dell’Oglio: «Ferraro, mister con calma olimpica. Ecco il suo segreto»

Scafatese, l’uragano non si ferma: tredicesima sinfonia a Ischia

Non conosce soste, non accetta cali di tensione e non smette di riscrivere la storia. La Scafatese, già laureatasi campionessa…

Antonio, partiamo dall’incredibile percorso della Scafatese. Una stagione chiusa senza sconfitta. Che idea ti sei fatto di questo cammino?

«È qualcosa di onestamente assurdo, nel senso più nobile del termine. Seguire i risultati della Scafatese quest’anno significava assistere a una marcia trionfale continua. Da ex calciatore so bene che mantenere alta la tensione ogni domenica, senza mai incappare nella giornata storta, è un’impresa ai limiti dell’impossibile. C’è tanta qualità in quella rosa, ma il dato dell’imbattibilità suggerisce che dietro ci sia una tenuta mentale granitica».

Il protagonista in panchina è Giovanni Ferraro, suo ex compagno alla Turris. Chi era il Ferraro calciatore e come hai ritrovato quell’uomo nella figura dell’allenatore vincente di oggi?

«Il mio legame con Giovanni nasce a Torre del Greco. Quando eravamo compagni alla Turris, lui era esattamente come lo vedete oggi: una persona di una calma olimpica. Era un uomo tranquillo, viveva la pressione del calcio in modo introverso, quasi pensieroso. Anche nei momenti di massima tensione o quando l’agitazione poteva prendere il sopravvento, lui non la faceva mai pesare agli altri. Questa è una dote rara. È una bravissima persona, un uomo di sani principi che sapeva riflettere prima di agire. Credo che questa sua capacità di gestire lo stress senza trasmetterlo alla squadra sia il segreto dei suoi successi».

Tre promozioni a Giugliano, a Catania e ora a Scafati. Qual è il “metodo Ferraro” secondo te?

«Certamente Giovanni ha avuto la bravura e la fortuna di trovarsi nelle condizioni giuste in piazze importanti. A Scafati ha trovato giocatori di livello assoluto, è vero, ma bisogna anche considerare il lavoro della società e la visione del presidente. Il patron Romano voleva fortemente questo obiettivo e ha messo Ferraro nelle condizioni di operare al meglio, nonostante sia arrivato a stagione in corso, appena tre mesi fa. Tuttavia, per vincere serve prima di tutto avere gli uomini, non solo gli atleti. Giovanni poi è un maestro nel creare il collante necessario tra guida tecnica e gruppo. Quando si crea quel legame profondo, quel patto d’onore tra allenatore e spogliatoio, il giocatore è disposto a dare il cento per cento, e anche qualcosa in più. Lui sa come toccare le corde giuste per farsi seguire ciecamente».

Ora si spalancano le porte della Serie C. È un salto nel buio o questa Scafatese è già pronta per il professionismo?

«La Serie C è un altro pianeta rispetto alla Serie D, non dobbiamo nascondercelo. Cambia tutto: i ritmi, la fisicità, la preparazione tattica. Parliamo di professionismo vero, dove incontri club strutturati e calciatori che spesso hanno alle spalle anni di Serie A e B. Per quanto riguarda Ferraro, sono convinto che possa fare molto bene anche in questa categoria; ha la maturità per confrontarsi con i grandi. Molto dipenderà dalla sinergia con la società e con il direttore sportivo Pietro Fusco, che è una persona estremamente in gamba. Dovranno sedersi a un tavolo, valutare con attenzione dove intervenire e programmare senza farsi trascinare dai facili entusiasmi».

Oltre al campo, quanto conta una promozione del genere per la città di Scafati?

«L’impatto è enorme. Una promozione in Serie C non è solo un fatto sportivo, è un volano economico e d’immagine per tutto il territorio. La città deve farsi trovare pronta a crescere insieme alla squadra. La visibilità che garantisce il professionismo attira l’attenzione di media nazionali, imprenditori e investitori. Si crea un circolo virtuoso di cui beneficiano tutti, dai commercianti agli alberghi, fino ai semplici cittadini che si sentono orgogliosi della propria appartenenza».

Antonio, c’è un aneddoto particolare che ti lega a Ferraro?

«C’è una questione ancora aperta tra noi che mi fa sorridere ogni volta che ci penso. Per un intero anno gli ho fatto praticamente da autista personale. Quindi, dopo questo trionfo, direi che è in debito con me di almeno un caffè, ma di quelli buoni! Scherzi a parte, gli auguro davvero il meglio. Se lo merita come professionista e, soprattutto, come uomo. Complimenti assoluti a lui, alla società e a tutta Scafati per questa impresa leggendaria». L’analisi di Antonio Dell’Oglio restituisce l’immagine di una Scafatese che non è figlia del caso, ma di una programmazione meticolosa e di una gestione emotiva impeccabile. Se il campo ha emesso il verdetto dell’imbattibilità, il futuro prossimo chiede ora di trasformare quel record in una fondamenta solida per il professionismo. Con Ferraro alla guida del gruppo squadra, il sogno gialloblù sembra avere ancora diverse pagine bianche da scrivere.