L’effetto della guerra sull’oro: il valore cola a picco
ECONOMIA
30 marzo 2026
ECONOMIA

L’effetto della guerra sull’oro: il valore cola a picco

Dopo le impennate record di gennaio, le tensioni internazionali fanno calare il valore
Andrea Ripa

Nel pieno delle tensioni internazionali, con le Borse in caduta e i mercati obbligazionari sotto pressione, accade qualcosa che sembra controintuitivo: l’oro scende. Proprio mentre lo spettro di un conflitto con l’Iran e le incertezze globali aumentano, il bene rifugio per eccellenza perde valore. Un paradosso solo apparente.

 

Dopo aver toccato un record oltre i 5.500 dollari l’oncia a gennaio 2026, al culmine della corsa degli investitori a proteggersi dai rischi globali, il metallo giallo ha invertito la rotta. La discesa, accentuata dai bombardamenti iniziati a fine febbraio, ha portato a un calo di circa il 16%, riportando le quotazioni nell’area dei 4.400-4.500 dollari.Un movimento che va contro la logica tradizionale: più cresce l’incertezza, più dovrebbe salire l’oro. E invece accade il contrario.La spiegazione sta nella natura stessa del metallo prezioso. L’oro non è solo un bene rifugio, ma anche una “polizza assicurativa”. E quando l’evento di rischio si verifica, quella polizza viene incassata.Gli investitori, infatti, non vendono oro perché non si fidano più del suo ruolo, ma perché hanno bisogno di liquidità immediata. Con azioni e obbligazioni in difficoltà, diventa necessario monetizzare ciò che è in guadagno. E l’oro, dopo mesi di rialzi, è spesso l’unico asset in profitto.Il fenomeno è evidente soprattutto negli ETF, che detengono centinaia di miliardi di dollari in oro.

 

In caso di shock, questi strumenti diventano una fonte rapida di liquidità: si vende ciò che ha reso di più per coprire perdite altrove.A questo si aggiungono le mosse delle banche centrali. La Banca di Francia, ad esempio, ha venduto 129 tonnellate d’oro realizzando una plusvalenza record, mentre altri Paesi valutano operazioni simili per finanziare spese militari o sostenere le proprie valute. Anche la Turchia e la Russia si sono mosse in questa direzione.Sul fondo resta la grande incognita geopolitica. Le tensioni nello stretto di Stretto di Hormuz, con il rischio di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti guidati da Donald Trump, tengono i mercati sospesi tra due scenari opposti: escalation militare o accordo diplomatico.

 

E proprio il prezzo dell’oro diventa una sorta di termometro di questa incertezza. Intorno ai 4.500 dollari segnala un equilibrio instabile: circa il 50% di probabilità di guerra e il 50% di pace. Livelli più bassi indicherebbero tensioni acute, mentre un ritorno verso i 5.000 dollari rifletterebbe un clima più disteso e una nuova fase di accumulo.In definitiva, l’oro non sta tradendo la sua natura.

 

Sta semplicemente facendo ciò per cui viene comprato: proteggere nei momenti di crisi e, quando serve, trasformarsi rapidamente in liquidità. Un salvadanaio globale che, al momento del bisogno, viene rotto.