Torre Annunziata, funerali e camorra: le «scatole cinesi» per evitare interdittive
Società che cambiano nome ma restano le stesse, legami familiari e pressioni sul mercato: il gioco delle scatole cinesi della camorra per controllare il settore delle onoranze funebri. È così che viene descritto il meccanismo che si muove a Torre Annunziata, dove aziende che mutano forma giuridica continuano, secondo quanto emerge da un recente provvedimento antimafia, a operare nello stesso perimetro, con identici riferimenti e dinamiche.
Un sistema che non si interrompe, ma si trasforma. Le società si succedono e si riorganizzano, presentandosi come nuove mentre l’attività prosegue senza soluzione di continuità. Non una semplice evoluzione imprenditoriale, ma un modello che consentirebbe di aggirare i divieti e restare sul mercato nonostante precedenti stop. Al centro della vicenda c’è il nodo dei legami familiari. La società colpita dal provvedimento risulterebbe riconducibile, attraverso rapporti di parentela diretti, a soggetti appartenenti o vicini al clan Gallo-Cavalieri.
Un elemento che, inserito nel contesto territoriale, contribuisce a delineare un quadro di collegamenti ritenuti significativi. Non si tratta solo di ruoli formali o intestazioni societarie, ma di una rete di relazioni familiari, personali ed economiche che si sviluppa nel tempo. È proprio questa continuità a rafforzare l’idea di un sistema che non cambia realmente con il mutare delle sigle. In questo scenario emerge anche l’accusa di pressioni estorsive con il mercato delle onoranze funebri condizionato da richieste economiche imposte agli operatori.
Alcune imprese avrebbero potuto continuare a lavorare accettando determinate condizioni, anche sostenendo costi inferiori rispetto ad altri, mentre chi restava fuori da questo circuito si trovava in una posizione di svantaggio. Un equilibrio che incide direttamente sulla concorrenza e sulla libertà d’impresa, modellando il mercato locale. Non solo intimidazioni, ma un sistema più articolato, fondato su relazioni consolidate e su un controllo capillare del territorio. Anche sul piano operativo emergono elementi di continuità: locali riconducibili alle attività precedenti, insegne rimosse ma ancora visibili, personale già impiegato in strutture analoghe e un’organizzazione che, di fatto, non si è mai fermata. L’attività sarebbe proseguita mantenendo contatti, servizi e operatività quotidiana.
È qui che si concentra il nodo della vicenda: una trasformazione solo apparente, che consente di mantenere attiva la stessa struttura sotto un’altra veste. In un settore da sempre considerato sensibile, dove il legame con il territorio è forte, la presenza della criminalità organizzata può insinuarsi anche attraverso forme meno visibili, capaci di inserirsi nell’economia legale. Il quadro che emerge è quello di un sistema che si adatta e si rigenera. Cambiano i nomi, ma restano gli stessi equilibri. Proprio come una scatola dentro l’altra, pronta a riaprirsi ogni volta che sembra chiusa.

