Gragnano, truffa delle casette post-sisma in Abruzzo: otto assolti
LA SENTENZA
10 aprile 2026
LA SENTENZA
Gragnano, truffa delle casette post-sisma in Abruzzo: otto assolti
La Corte d’Appello di Napoli conferma il verdetto di primo grado: nessuna prova di usura o raggiro nell’affare legato all’emergenza terremoto dell’Aquila. Respinte le accuse dell’imprenditore che denunciò la perdita di denaro e immobili.
Michele De Feo

Gragnano, truffa delle casette post-sisma in Abruzzo: otto assolti

Terremoto di magnitudo 5.9 al largo del Golfo di Napoli

L'orologio segnava da poco le 00:50, quando i sismografi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno tracciato un picco…

Presunta truffa delle casette in Abruzzo per il post-terremoto, assoluzione bis per le otto persone finite a processo, accusate  di aver sottratto ingenti somme di denaro e diversi immobili a un imprenditore di Gragnano.

Gli otto imputati, già assolti in primo grado, hanno visto confermata anche in appello, la loro estraneità alle accuse avanzate nei loro confronti dall’uomo e dalla moglie, costituitisi parte civile, e dalla procura, che avevano impugnato il verdetto emesso a febbraio 2024.

La vicenda è relativa a un affare legato alla gestione dell’emergenza post-terremoto dell’Aquila del 2008, che in realtà avrebbe celato una truffa milionaria. Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe coinvolto otto persone, tutte di Gragnano, responsabili dei reati di usura e, per colui che era ritenuto il «deus ex machina» del raggiro, anche di truffa aggravata.

 

Gli otto, secondo la procura, avevano preso di mira un imprenditore che, allettato dal possibile ingente guadagno, non aveva esitato a vendere, man mano, le sue proprietà immobiliari pur di entrare nell’affare: una fornitura di casette in legno prefabbricate da installare nelle zone del terremoto in Abruzzo.

 

I fatti risalgono al 2010, quando gli investigatori riescono a tracciare la vendita della prima abitazione della vittima, spinta da un parente che gli avrebbe promesso un guadagno a sei zeri acquistando delle abitazioni prefabbricate destinate ai terremotati e salvate da un incendio, del valore di 300mila euro, per poi rivenderle a un prezzo maggiorato fissato a 3 milioni, a un fantomatico Consorzio Italia.

 

Un appalto «sicuro», che in realtà però non si è mai concretizzato. La presunta vittima, inizialmente, aveva consegnato una notevole cifra in contanti in suo possesso, circa 300mila euro. Poi, davanti alle successive richieste che sempre il parente gli aveva fatto pervenire, aveva via via venduto degli appartamenti.

 

Ed è a questo punto che entrano in gioco gli altri protagonisti della vicenda, in qualità di acquirenti degli immobili. Le vendite avvengono con un patto di riscatto con l’erogatore del prestito. Ovvero, la vittima avrebbe potuto riacquistare l’immobile dato in garanzia restituendo la somma ricevuta in cambio con i dovuti interessi, mentre in mancanza dell’importo stabilito, la casa sarebbe rimasta nella proprietà dell’acquirente-finanziatore.

 

Questo tipo di compravendita, nel corso di quattro anni, avviene tre volte per altrettante proprietà immobiliari. Alla fine l’uomo e la moglie avevano denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine, e sotto inchiesta era finito prima il parente e poi le altre sette persone, suoi presunti complici, quali acquirenti degli immobili sulla cui restituzione avrebbero applicato tassi ritenuti usurari. Tutti erano finiti a giudizio, ma nel corso del processo il collegio difensivo – composto dagli avvocati Marziano Vicedomini, Giovanni Verdoliva, Vincenzo Cirillo, Francesco Tiriolo, Andrea Mariconda e Angela Bilancio – aveva evidenziato le numerose contraddizioni nel racconto dell’imprenditore che aveva denunciato.