Pompei non è mai stata così contemporanea. Con “Ricordo di Pompeii”, il nuovo volume monografico della rivista indipendente Epoch, la città sepolta dall’eruzione del 79 d.C. si libera dalla dimensione cristallizzata del passato. Ed entra in un territorio più instabile, dove memoria e immaginario si sovrappongono e si ridefiniscono.
La memoria collettiva. Il titolo, in italiano anche nell’edizione inglese, dichiara fin da subito l’intenzione del progetto: non una semplice ricostruzione storica, ma un esercizio di memoria collettiva. Una memoria che non riguarda soltanto la Pompei romana. Ma anche quella più recente, costruita nel corso del Novecento attraverso cartoline, cinema, fotografia e cultura visiva analogica. È proprio questo secondo livello a emergere con forza, come un passato nel passato che oggi appare distante e quasi perduto.
L’opera. Il volume, che supera le 400 pagine, è il risultato di un lavoro durato 19 mesi e raccoglie 20 servizi fotografici, 30 interviste e 5 saggi di approfondimento. Ne nasce una narrazione corale che mette in dialogo artisti, fotografi, archeologi e studiosi, dando forma a una vera e propria archeologia dell’archeologia. Non si tratta solo di osservare i reperti. Ma di interrogare i modi in cui sono stati guardati, raccontati e trasformati in immagini. Le fotografie giocano un ruolo centrale.
Le foto. Gli scatti firmati da autori internazionali restituiscono una Pompei inattesa, abitata da corpi giovani e sensibilità contemporanee. Membri della generazione Z attraversano gli spazi archeologici costruendo scene di intimità e bellezza che rompono con ogni rappresentazione tradizionale. I monumenti celebri convivono con dettagli marginali, periferie, oggetti dimenticati. E persino con i gatti che popolano il sito, tutti elementi che acquisiscono una nuova centralità visiva.
Memoria e futuro. Questo slittamento dello sguardo è il cuore del progetto. Pompei non è più soltanto un simbolo del mondo antico, ma un dispositivo capace di riflettere le inquietudini del presente. Il volume mette così in discussione l’idea stessa di storia come linea continua. E propone un approccio libero, emotivo e interdisciplinare. Accanto alle immagini, i contributi di artisti, studiosi e professionisti del Parco archeologico ampliano la riflessione sui linguaggi della memoria. E sulle loro trasformazioni nell’era digitale. Il risultato è un’opera che sfugge alle categorie tradizionalI. A metà tra libro d’arte, progetto curatoriale e saggio critico.
Il commento. «È un’opera che colloca il classico nel XXI secolo. – spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei – Alla domanda quale posto il ricordo di Pompei possa ancora avere nel nostro presente, l’opera risponde con un amore per l’antico che non nasconde la sua vulnerabilità e precarietà. Ci ricorda che parlare del mondo classico significa parlare del ‘noi’ in un tempo in cui sembra più facile parlare dell’altro o semplicemente dell’io. È, in fondo, la stessa cosa che Goethe ha fatto con il suo Viaggio in Italia, solo che non è l’opera di un singolo genio, ma di un gruppo di persone che vivono una trasformazione profonda del mondo che ci circonda, in questi tempi di crisi geopolitiche e ambientali, globalizzazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale».

