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Peppino Impastato nasce due volte: la prima nel 1948, in una famiglia legata a doppio filo alla mafia di Cinisi; la seconda quando decide di spezzare quel destino, scegliendo la parola, la denuncia, l’ironia come armi contro il potere criminale. È un ragazzo che non accetta compromessi. Che rifiuta l’eredità paterna e si mette di traverso, pagando con la vita la sua ostinazione a chiamare le cose col loro nome. L’8 maggio 1978 il suo corpo viene fatto esplodere sui binari della ferrovia. In un attentato che per anni qualcuno ha provato a far passare per suicidio. Ma la verità, grazie alla tenacia dei suoi familiari e di chi non ha mai smesso di cercarla, è venuta a galla.
Un racconto che fa vibrare l’anima. A ripercorrere le tappe di quei giorni è Giovanni Impastato suo fratello ospite a Talk_Metropolis. «Peppino aveva capito presto che la mafia non era un destino, ma un sistema» spiega. Con Radio Aut infatti e la sua satira tagliente, con le inchieste sulle speculazioni edilizie e sugli affari del boss Gaetano Badalamenti, aveva osato ciò che in pochi, allora, avrebbero fatto. Non era solo un giovane militante: era un ragazzo che amava la sua terra al punto da volerla liberare. La sua voce, però, non si è fermata quella notte. Ha continuato a camminare sulle gambe di chi gli voleva bene. Trasformandosi in memoria attiva, in impegno civile, in un esempio che ancora oggi scuote le coscienze.
Rivedi l’intervista negli studi tv di Metropolis
Tra coloro che hanno raccolto quella voce c’è Giovanni Impastato, il fratello minore. Per lui, la morte di Peppino non è stata solo una ferita, ma un compito. Da anni racconta la storia di Peppino nelle scuole, nelle piazze, nei libri, nei teatri. Ha affrontato processi, depistaggi, silenzi, ostilità. Ha combattuto contro la rassegnazione e contro la paura. Sapeva che la verità non basta scoprirla: bisogna difenderla ogni giorno.
Giovanni ha trasformato la casa di famiglia in un presidio di memoria. Un luogo dove i ragazzi possono ascoltare, capire, fare domande. Ha portato avanti un lavoro che non è solo testimonianza, ma educazione civile. «Perché la mafia – spiega – non si combatte solo con le leggi, ma con la cultura, con la consapevolezza, con la capacità di scegliere da che parte stare». Durante l’intervista ricorda anche, Felicia, la sua mamma coraggio. Una donna che ha sfidato il paese intero quando il paese intero preferiva tacere. È stata lei, con la sua voce calma e ferma, a dire che suo figlio non era un terrorista. Che non si era ucciso, che era stato assassinato dalla mafia.
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È stata lei a guardare in faccia i potenti, a denunciare, a testimoniare, a chiedere giustizia quando la giustizia sembrava un miraggio. Felicia non ha mai avuto la retorica degli eroi. Aveva la forza delle madri che non si arrendono. Che non accettano che la morte di un figlio venga sepolta sotto la polvere dei depistaggi. La sua casa è diventata un luogo di accoglienza, di racconto, di resistenza. E il suo esempio continua a parlare a chiunque creda che la verità non sia negoziabile. La storia di Peppino Impastato non è un capitolo chiuso.
È un’eredità che si rinnova ogni volta che un ragazzo ascolta la sua voce registrata. Ogni volta che una scuola lo ricorda. Ogni volta che qualcuno sceglie di non voltarsi dall’altra parte. È una storia che vive nel lavoro di Giovanni, nella dignità di Felicia, nella rete di associazioni e cittadini che hanno trasformato un delitto mafioso in un seme di consapevolezza collettiva.Cinisi, oggi, non è più il paese che voleva dimenticare. È un luogo che ricorda, che racconta, che insegna. E in quel ricordo c’è la forza di un ragazzo che ha sfidato la mafia con un microfono e un sorriso, di un fratello che ha trasformato il lutto in impegno, di una madre che ha insegnato all’Italia cosa significa non avere paura. La loro storia commuove perché è vera. E continua a farlo perché, nonostante tutto, è una storia di libertà.