Malasanità: scambiò una gravidanza per una sciatalgia, medico di Napoli condannato
LA SENTENZA
15 aprile 2026
LA SENTENZA
Malasanità: scambiò una gravidanza per una sciatalgia, medico di Napoli condannato
La diagnosi errata costò la vita alla 36enne Anna Siena
Andrea Ripa

Un caso di malasanità a Napoli. Una visita più accurata avrebbe potuto salvare la vita della paziente. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con cui il giudice monocratico di Napoli, Filippo Putaturo, ha condannato una dottoressa dell’ospedale Ospedale Vecchio Pellegrini. L’accusa è omicidio colposo in relazione alla morte di Anna Siena, 36 anni. Secondo il giudice, se l’addome della donna fosse stato “adeguatamente palpato”, non sarebbe stato possibile non accorgersi della gravidanza. Ormai giunta al termine. Una circostanza che, sempre secondo le motivazioni, avrebbe avuto “una concreta incidenza causale sull’evento morte”.

La vicenda risale al 15 gennaio 2019, quando la donna si presentò al pronto soccorso con forti dolori addominali. I sintomi vennero però interpretati come una lombosciatalgia e la paziente fu dimessa. Solo successivamente, a seguito dell’aggravarsi delle condizioni, si scoprirà la reale causa del malessere. La giovane aveva una gravidanza criptica, mai diagnosticata, complicata dalla morte del feto. La donna è deceduta il 18 gennaio, tre giorni dopo il primo accesso in ospedale. L’autopsia ha chiarito che il decesso è avvenuto a causa di uno shock emorragico legato a una sindrome da coagulazione intravascolare disseminata. Provocata dalla ritenzione del feto morto in utero, evento che risalirebbe a circa due settimane prima del ricovero.

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Un quadro clinico grave che, secondo il tribunale, avrebbe potuto essere intercettato con una corretta valutazione medica. Il giudice sottolinea infatti come fosse “ragionevole attendersi” che un medico rilevasse, tramite palpazione, la presenza di una massa di dimensioni rilevanti. Il feto pesava circa 2,4 chilogrammi. Anche in presenza di una gravidanza criptica, dunque, la formazione avrebbe occupato un volume tale da risultare percepibile.

La sentenza accende i riflettori su una condizione rara e complessa come la gravidanza criptica, in cui la donna non è consapevole del proprio stato fino alle fasi avanzate o addirittura al parto. Un fenomeno che può rendere più difficile la diagnosi ma che — secondo il giudice — non esonera il personale sanitario da un’accurata valutazione clinica. “Al di là dell’aspetto giuridico della vicenda, questa sentenza può rappresentare un importante precedente”. Sono le parole usate dall’avvocato Sergio Pisani, legale della famiglia della vittima.

“Ci auguriamo che possa contribuire a evitare tragedie simili in futuro”. Il caso riapre il dibattito sulla responsabilità medica e sull’importanza di protocolli diagnostici rigorosi. Soprattutto in presenza di sintomi che, seppur aspecifici, possono nascondere condizioni ben più gravi. Una vicenda che, ancora una volta, mette al centro la necessità di coniugare competenza clinica, attenzione e prudenza nella gestione dei pazienti.