Libertà fragile: l’eredità della Resistenza e le ombre del presente
L’ordine dell’insurrezione
«Aldo dice 26×1. Nemico in crisi finale. Fermate tutte le comunicazioni. Occupate centrali telefoniche e fabbriche». Alle 8 del mattino del 25 aprile 1945, via radio, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati. Il comando era chiaro: il giorno 26, all’una di notte, bisognava attaccare i presidi nazifascisti e imporre la resa.
I giovani protagonisti della Resistenza
Ad innescare il motore della ribellione contro il nazifascismo, come in ogni grande rivolgimento sociale, furono ovviamente tutti quei giovani che rifiutarono la prospettiva monocromatica dell’indottrinamento delle camicie nere.
Indimenticabile il coraggio di Dante Di Nanni, un ragazzo di 19 anni che, da solo e ferito, riuscì a tenere testa a un intero battaglione nazifascista a Torino, sparando dall’ultimo piano di una casa. Finite le munizioni, si trascinò sul cornicione dell’edificio e si lasciò cadere nel vuoto al grido di «Viva l’Italia», pur di non cadere vivo nelle loro mani.
L’eroismo dei più giovani
Altra fonte di ispirazione sono state invece le gesta dello scugnizzo Gennarino, di soli 11 anni. Morì durante i combattimenti in via Santa Teresa degli Scalzi, mentre lanciava bombe a mano contro i carri armati tedeschi.
I giovani di oggi e i nuovi nemici
Se quella generazione ci ricorda come l’innocenza si sia dovuta fare guerriera di fronte all’oppressione, quella di oggi combatte nemici invisibili. Perché anche i giovani di oggi ci provano a far cambiare le cose, andando contro ai venti armattani di una modernità stagnante. Una modernità dominata da un capitalismo algoritmico che garantisce la gratuità di innumerevoli servizi per trasformare l’individuo nel guadagno nascosto, perché si sa: se non paghi per un prodotto, allora il prodotto sei tu.
La crisi dell’impegno sociale
E quando la persona diventa merce, l’animo si annichilisce. Sparisce così ogni ideologia, appiattendo gli sforzi di un impegno sociale che fatica a diventare movimento. Lo hanno dimostrato le reazioni dei salotti televisivi alle proteste per Gaza, dove si è evidenziato il numero di vetrine infrante dai facinorosi, al posto del messaggio che i manifestanti stavano portando in piazza. È così che scopriamo che l’esempio della lotta dei giovani partigiani non ci ha insegnato nulla.
Il valore attuale della Liberazione
Oggi come non mai torna l’esigenza sociale di riconquistare gli stessi valori che 81 anni fa hanno ispirato la Resistenza nella lotta al Nazifascismo. Quei valori di pace, democrazia e libertà. Questo perché purtroppo non ci siamo mai veramente liberati dal mostro della guerra e dell’oppressione.
Un presente segnato dai conflitti
Il 25 aprile è l’occasione per festeggiare la pace, ma intanto cadono bombe sui civili iraniani. È il giorno per onorare la memoria di chi ha combattuto per la libertà, ma i cittadini ucraini si stanno barricando nelle strutture di massima sicurezza nella speranza di vedere la luce del giorno successivo. È il momento in cui si ringrazia chi ci ha permesso un futuro diverso, mentre i bambini di Gaza si stanno domandando se mai ne avranno uno.
La memoria che si affievolisce
Viviamo un tempo in cui forse festeggiare la Liberazione non riaccende più quella memoria collettiva di un passato dal quale abbiamo imparato la lezione, perché l’eco di una possibile chiamata al riarmo diventa suono sempre più nitido. Garantire la pace attraverso l’utilizzo della violenza è diventata l’unica strada percorribile.
Il dibattito politico e giudiziario
Ultimamente l’interrogativo comune riguarda quale direzione stia prendendo il nostro Paese in questo clima di tensione. Qualche settimana fa, il Gup di Roma ha assolto i 29 militanti che nel 2024 avevano eseguito il saluto romano durante la commemorazione di via Acca Larenzia. Accusati di apologia al fascismo, il giudice non ha riscontrato nessuna ragionevole previsione di condanna. Il gesto non costituisce un concreto pericolo di ricostituzione del partito fascista.
Simboli e nostalgie contemporanee
Il punto è che la maggior parte di loro appartenevano a CasaPound, che da sempre si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”. Movimento verso il quale la magistratura non ha mai avviato nessuna indagine, nonostante diverse richieste di scioglimento da parte di associazioni e forze politiche.
Intanto però gli episodi di apologia continuano a verificarsi e qualche mese fa, in un luna park genovese, un giostraio ha scelto come sottofondo del suo autoscontro un remix di “Faccetta Nera”. L’episodio non è stato isolato, dato che nelle settimane precedenti è accaduto anche a Sanremo e Campobasso.
I segnali dalle istituzioni
A questi eventi di cronaca si aggiungono elementi che riguardano direttamente i vertici delle istituzioni: il possesso di un busto di Mussolini da parte del Presidente del Senato, la permanenza della fiamma tricolore (storico simbolo del MSI) nel logo di Fratelli d’Italia e l’utilizzo dell’espressione “sostituzione etnica” in contesti ufficiali da parte del Ministro dell’Agricoltura.
Un fascismo che cambia forma
Pensare che ci possa essere un ritorno al fascismo può sembrare anacronistico, ma questa rinnovata nostalgia non viene dal nulla. La permanenza di alcuni simboli ci indica quanto forse non ci siamo mai liberati dal fascismo, che non è solo rappresentazione plastica delle camicie nere, bensì una forma mentis che si è trasformata nel corso del tempo assumendo nuove fattezze.
Il senso della memoria
Definirne i contorni risulta più complicato di quando era un’ideologia conclamata ed è per questo che ci serve la reminiscenza della Liberazione. La storia è un cerchio di eventi che continuano a ripetersi, un serpente che si morde la coda ferendosi all’infinito, e la celebrazione rituale del passato invita a fermarci per fare i conti col nostro operato.
Per spezzare il ciclo
Ricordare la spirale di violenza e morte nella quale il fascismo ci ha catapultati è fondamentale per il processo di catarsi che il 25 aprile ci porta a compiere annualmente. Per non compiere più gli stessi errori e spezzare l’eterno ritorno dell’uguale.

