Luca Abete ai giovani: «Come state davvero?»
All’Università degli Studi di Napoli Parthenope una vera e propria lezione di vita e di resistenza. La tappa del tour #NonCiFermaNessuno di Luca Abete è stata un viaggio intenso che è partito dal fango della cronaca più dura per arrivare al cuore pulsante delle nuove generazioni.
L’architettura e il mirino della criminalità
L’incontro si è aperto con un racconto intimo e potente. Luca Abete ha ricordato ai ragazzi le sue origini, dagli studi in Architettura e a quella scelta di vita che lo ha portato a diventare la «voce di chi non ha voce». Ha ripercorso i momenti più bui della sua carriera, quando le sue inchieste contro la camorra lo hanno reso un bersaglio. Abete ha toccato un punto che ha lasciato l’aula in silenzio: il momento in cui la minaccia è diventata psicologica e digitale. Ha raccontato di quando, per intimidirlo, qualcuno modificò la sua pagina Wikipedia, scrivendo la sua biografia al passato e inserendo persino una data di morte. Un gesto brutale per dirgli che era già un “morto che cammina“. Eppure, proprio da quella violenza, è nata la forza di non fermarsi e di trasformare la paura in una missione per gli altri.
La voce dei giovani
Dopo aver condiviso il suo bagaglio, Luca ha ribaltato la prospettiva, mettendo gli studenti al centro. Il fulcro della giornata sono stati i dialoghi diretti. I ragazzi della Parthenope e delle varie scuole di Napoli hanno preso il microfono per raccontare le proprie esperienze di vita, fatte di fragilità, pressioni accademiche e battaglie quotidiane. Luca non ha fatto discorsi paternalistici, ma ha posto domande chiave per stimolare la consapevolezza collettiva: «Quello che hai vissuto, pensi che accada anche ai tuoi coetanei?» «Ti senti solo in questo problema o vedi lo stesso disagio negli occhi di chi ti siede accanto?»
«Dobbiamo superare il ‘benegrazismo’. Serve un nuovo viaggio verso la consapevolezza di ciò che siamo, interessandoci davvero a chi abbiamo vicino per accorciare finalmente le distanze umane.» Ci dice Abete.
Uguali agli altri
Attraverso questo scambio, l’aula ha capito che molte sofferenze, spesso vissute nel segreto della propria camera, sono in realtà ferite condivise da un’intera generazione. Il racconto del singolo è diventato lo specchio del gruppo.
«Zanardi è un esempio fondamentale perché ha disintegrato ogni alibi o alternativa all’impegno.» Zanardi viene utilizzato da sempre come esempio da Abete per dare forza ai ragazzi. «Ripartire è una possibilità che appartiene a chiunque. Le storie di resilienza e di eroismo quotidiano raccontate dai ragazzi stessi hanno un potere terapeutico.»
Abete ha guidato i ragazzi a capire che, se lui è riuscito a superare chi lo voleva “morto” su Wikipedia, loro possono superare l’ansia di un esame o la paura del futuro, a patto di non isolarsi. Vedere Luca parlare della sua storia e poi chiedere ai ragazzi come stavano davvero, è diventato il fulcro del pensiero comune “noi non siamo soli” .
La forza della verità
La tappa all’Università Parthenope ha dimostrato che la motivazione non nasce dalle parole vuote, ma dalla verità. Dalle minacce dei clan al microfono passato tra i banchi, il messaggio è stato unico: la condivisione è l’unico antidoto alla paura. Grazie al coraggio di raccontarsi, oggi i ragazzi lasciano quell’aula sapendo che, nonostante le difficoltà, non li ferma nessuno.

