Mattarella e il valore dell’errore: «Così si costruisce una generazione capace di crescere»
IL DIRITTO DI SBAGLIARE
12 maggio 2026
IL DIRITTO DI SBAGLIARE

Mattarella e il valore dell’errore: «Così si costruisce una generazione capace di crescere»

Dalla cultura della prestazione alla riscoperta del dubbio: l’errore come condizione della conoscenza
Alessandra Boccia

La progressiva perdita di familiarità con l’errore

Viviamo in un tempo che pare abbia progressivamente smarrito ogni familiarità con l’errore. Non perché si sbagli meno, naturalmente, ma perché lo sbaglio è diventato un qualcosa da nascondere, da neutralizzare, da correggere nel minor tempo possibile affinché non lasci tracce visibili.

L’errore non viene più percepito come una fase fisiologica del processo, ma come una frattura da ricomporre rapidamente, quasi una prova da cancellare per restituire al percorso l’illusione della linearità. È una trasformazione culturale silenziosa ma profonda, che riguarda soprattutto le nuove generazioni. Si cresce dentro un orizzonte che chiede coerenza immediata, definizione precoce, risultati riconoscibili. Ogni traiettoria sembra dover mostrarsi ordinata, leggibile, progressiva.

Le esitazioni diventano opacità, i ripensamenti sembrano indecisioni, le deviazioni assumono il volto del fallimento. Questa pressione non nasce da un singolo strumento né da una stagione specifica. È il prodotto di un tempo che domanda continuamente conferme visibili, esiti misurabili, percorsi capaci di apparire risolti.

In uno spazio pubblico sempre più dominato dalla rappresentazione della continuità, tutto ciò che interrompe il racconto lineare dell’efficienza viene percepito come sottrazione di valore. Il problema non è l’esposizione in sé, ma l’idea che tutto debba mostrarsi già compiuto, già definito, già perfettamente interpretabile.

L’errore tra esperienza e giudizio

Dentro questo scenario, l’errore smette di essere esperienza e diventa giudizio. Non è più qualcosa che accade mentre si costruisce, ma qualcosa che sembra compromettere la costruzione stessa. Eppure basta osservare con onestà qualsiasi percorso autentico di crescita per accorgersi del contrario.

Non esiste apprendimento che proceda per pura conferma. Nessuna formazione personale, intellettuale o professionale si sviluppa senza deviazioni, senza revisioni, senza passaggi opachi. Tutto ciò che cresce davvero attraversa inevitabilmente una zona di incertezza.

È forse per questo che le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la sua partecipazione al Politecnico di Milano, in occasione della lezione di Renzo Piano, hanno assunto un significato che supera il semplice valore istituzionale dell’evento. Il richiamo al ruolo formativo dell’errore, alla necessità di non considerarlo una colpa ma una componente essenziale di ogni costruzione, tocca infatti uno dei nodi culturali più sensibili del presente.

Non si tratta di un invito indulgente alla superficialità, né di una formula rassicurante pensata per attenuare il peso delle responsabilità. È qualcosa di molto più radicale: il riconoscimento che senza errore non esiste conoscenza reale, ma soltanto ripetizione di ciò che è già noto.

Il valore dello sguardo sull’errore

L’errore, infatti, non possiede un valore automatico. Non è prezioso in quanto tale. Diventa generativo soltanto quando viene attraversato criticamente, quando smette di essere incidente da rimuovere e si trasforma in occasione di rilettura.

La sua forza non sta nello sbaglio, ma nello sguardo che lo interpreta. La storia della conoscenza offre esempi eloquenti in questo senso. Il caso di Alexander Fleming resta tra i più emblematici. Nel 1928 una contaminazione accidentale in una coltura batterica, un’anomalia che avrebbe potuto essere liquidata come errore di laboratorio, aprì invece la strada alla scoperta della penicillina, destinata a cambiare radicalmente la medicina contemporanea.

Ciò che rende questo episodio davvero significativo non è l’accidentalità della scoperta. Gli imprevisti accadono continuamente. La differenza sta nella capacità di riconoscere dentro l’anomalia una possibilità di senso. Fleming non eliminò semplicemente ciò che non corrispondeva all’atteso. Si fermò a osservare. Interrogò quella deviazione. Le concesse tempo.

L’errore come interruzione e libertà

Ed è proprio qui che si colloca il punto decisivo di ogni riflessione sull’errore. Sbagliare non è utile perché produce automaticamente crescita. Lo diventa solo quando interrompe automatismi e obbliga a ridefinire prospettive. L’errore ha valore nella misura in cui costringe a pensare diversamente.

Per una generazione cresciuta dentro l’imperativo della rapidità, questa interruzione appare spesso come una perdita di tempo. In realtà, è molto più spesso il contrario. Alcune delle acquisizioni più profonde nascono precisamente da quel rallentamento forzato che impone di rivedere ipotesi, cambiare criterio, ricostruire il percorso da un punto inatteso.

È in questo senso che l’errore può essere letto come un atto di libertà. Non perché liberi dalle conseguenze, ma perché sottrae alla dittatura della prestazione perfetta. Introduce una frattura nella logica dell’efficienza continua e ricorda che nessuna costruzione autentica coincide con la semplice esecuzione corretta di un tracciato già definito.

Il paradosso delle nuove generazioni e la lezione finale

Le nuove generazioni vivono oggi un paradosso evidente. Da un lato viene chiesta loro creatività, capacità di innovare, disponibilità a sperimentare. Dall’altro, ogni inciampo viene spesso letto come segnale di inadeguatezza. Si invoca il cambiamento, ma si premiano quasi sempre soltanto i percorsi che sembrano aver trovato rapidamente una forma stabile.

Recuperare una cultura dell’errore significa allora restituire dignità al processo. Significa riconoscere che crescere non coincide con l’assenza di deviazioni, ma con la capacità di attraversarle senza interpretarle come condanna definitiva.

Forse è proprio questa la lezione più importante che si può trarre da quelle parole pronunciate a Milano. In un tempo che confonde spesso la precisione con il valore e la rapidità con la competenza, ricordare che lo sbaglio appartiene a ogni costruzione autentica non è un invito alla leggerezza, ma un esercizio di lucidità.

Perché, molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, non è evitando l’errore che si costruisce il proprio percorso. È imparando a riconoscerlo, attraversarlo e trasformarlo che si comincia davvero a immaginarne uno.