L’INTERVISTA | Maria Beatrice Alonzi: la paura come guida silenziosa
Poco prima dell’incontro pubblico all’Habita79 di Pompei, organizzato nell’ambito della rassegna Incontri di Valore, Maria Beatrice Alonzi ha rilasciato un’intervista esclusiva a Metropolis affrontando alcuni dei temi centrali del suo nuovo libro “Hai ancora paura“.
Dai social network alla salute mentale, passando per il senso di inadeguatezza che attraversa soprattutto le nuove generazioni, la scrittrice ha tracciato una riflessione lucida sul disagio emotivo contemporaneo, sul rapporto con il giudizio degli altri e sulla difficoltà, ancora molto diffusa, di chiedere aiuto. Nel corso dell’intervista, Maria Beatrice ha parlato della paura non come di un ostacolo da eliminare, ma come di un’emozione necessaria da comprendere, mettendo al centro il diritto al benessere psicologico e la necessità di superare lo stigma che ancora accompagna la salute mentale.
La paura nasce per salvarci
«La paura è una delle sei emozioni principali», ha spiegato Maria Beatrice, descrivendola come «un cartello stradale evolutivo» che accompagna l’essere umano fin dalla nascita. Un meccanismo di difesa naturale che serve a proteggerci davanti ai pericoli. Il problema nasce quando quella stessa paura continua a guidare la vita adulta anche dopo che il pericolo è passato.
Secondo la scrittrice, infatti, molte persone finiscono per ripetere meccanismi difensivi appresi durante l’infanzia, soprattutto in contesti familiari instabili, assenti o abusanti. Strategie che inizialmente servivano a proteggersi, ma che con il tempo rischiano di trasformarsi in blocchi permanenti. «È come se non avessimo aggiornato il sistema», ha spiegato. «Continuiamo a vivere in allerta e lasciamo che sia la paura a scegliere al posto nostro».
Il confronto continuo e il ruolo dei social
Uno dei passaggi più forti dell’intervista ha riguardato il rapporto tra giovani, identità e social network. Maria Beatrice ha invitato a superare l’idea delle piattaforme digitali come semplici strumenti di condivisione, ricordando come nascano prima di tutto come strumenti costruiti per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Secondo la scrittrice, il meccanismo del confronto continuo produce un senso costante di inadeguatezza: «Più crediamo che il confronto con gli altri sia impossibile da raggiungere, più sentiamo il bisogno di comprare qualcosa, imitare qualcuno o diventare qualcos’altro».
Da qui la riflessione sulla responsabilità collettiva. Non soltanto quella individuale o familiare, ma anche quella delle piattaforme e delle istituzioni. Per Maria Beatrice, infatti, il problema non può essere scaricato esclusivamente sui genitori. Serve una consapevolezza culturale diversa, ma anche una regolamentazione capace di limitare meccanismi costruiti scientificamente per generare dipendenza. «Le piattaforme sono sviluppate attraverso notifiche, dopamina e cicli di ricompensa», ha spiegato. «E in questo momento non rappresentano un ambiente sano».
Tra FOMO e dipendenza dal dispositivo
Tra i temi affrontati anche la cosiddetta FOMO, la “fear of missing out”, ovvero la paura costante di restare esclusi o di non fare abbastanza. Per la scrittrice, il funzionamento dei social replica in parte quello dell’inconscio umano. Lo scrolling continuo, la ricerca del contenuto perfetto e gli algoritmi che si adattano ai desideri dell’utente producono una dinamica molto simile a quella delle dipendenze. «Affrontiamo la nostra vita guardando dentro un dispositivo che ci restituisce continuamente esperienze di ricompensa», ha osservato.
Ma il punto più importante del suo intervento riguarda il rapporto con la realtà quotidiana. Quando l’uso dei social finisce per compromettere il sonno, le relazioni, il rapporto con il cibo o la capacità di vivere serenamente la routine, allora non si tratta più soltanto di una cattiva abitudine. «Se c’è qualcosa di rotto nella nostra libertà di vivere, bisogna andare in terapia», ha detto. «Perché stare bene è un diritto».
La salute mentale non deve più fare paura
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema della terapia e allo stigma che ancora accompagna la salute mentale, soprattutto tra i più giovani. Secondo Maria Beatrice, esiste ancora una separazione culturale molto forte tra il benessere fisico e quello psicologico. Una distanza che rende difficile considerare il disagio mentale come qualcosa da affrontare con la stessa naturalezza con cui si cura una malattia fisica.
«La psicologia è una scienza giovane», ha spiegato. «E non siamo ancora abbastanza preparati culturalmente a comprendere quanto la sofferenza mentale abbia radici profonde che riguardano ambiente, relazioni, genetica e storia personale». Nel suo intervento, la scrittrice ha insistito soprattutto sul diritto a chiedere aiuto senza vergogna. «Chiedere aiuto deve essere normale», ha detto. «Così come andiamo da un medico quando ci fa male il corpo, dobbiamo poter dire con serenità che c’è qualcosa dentro di noi che ci fa soffrire».
L’antidoto alla paura è il desiderio
L’intervista si è chiusa con un messaggio rivolto soprattutto ai giovani, ma capace di parlare anche agli adulti. Per Maria Beatrice, la paura non deve essere negata o combattuta in modo assoluto. Va ascoltata, compresa, riconosciuta. Ma non può diventare il criterio attraverso cui decidere chi siamo. «L’antidoto alla paura è il desiderio», ha concluso. «Dovremmo chiederci: farei comunque questa cosa se non avessi paura? E ascoltare sinceramente quella risposta».
Un invito a non lasciare che siano soltanto la paura o il confronto continuo a definire il modo in cui scegliamo di vivere noi stessi.

