Sorrento, morì in un tragico incidente in moto: la verità dei giudici dopo 10 anni
LA SENTENZA
30 maggio 2026
LA SENTENZA

Sorrento, morì in un tragico incidente in moto: la verità dei giudici dopo 10 anni

Un decennio dopo la tragedia di Cristiano Gargiulo sulla Nastro Verde, la sentenza civile riconosce il concorso di colpa tra il conducente dell’autocarro e il 17enne centauro.
Marco Cirillo

Alle 15.30 di un pomeriggio di maggio, su una curva cieca della strada che taglia le colline sopra Sorrento, il tempo si ferma contro uno spigolo di metallo. Un ragazzo di diciassette anni cade sull’asfalto, il casco vola via, il silenzio arriva prima ancora delle sirene.

Dieci anni dopo, un tribunale prova a ricomporre quei secondi spezzati: non per restituire una vita, ma per stabilire quanto pesi una responsabilità quando il dolore ha già fatto tutto il resto. Cristiano Gargiulo aveva diciassette anni il 26 maggio 2016. Viaggiava sulla sua moto lungo via Nastro Verde, in direzione Sorrento. Dall’altro lato della carreggiata procedeva un autocarro carico di rifiuti da demolizione. Lo scontro fu devastante.

La sentenza del Tribunale di Torre Annunziata, pronunciata il 20 maggio scorso, restituisce il racconto freddo degli atti e insieme la misura di una tragedia familiare. I giudici ricostruiscono la dinamica partendo dai rilievi dei carabinieri: «Il motociclo percorreva la via Nastro Verde (…) quando giunto all’abbordo curva destrorsa senza visuale libera invadeva l’opposto senso di marcia ed urtava violentemente contro lo spigolo anteriore sinistro e la fiancata sinistra dell’autocarro». Dopo l’urto, il diciassettenne morì sul posto per uno «shock traumatico originato da grave traumatismo a prevalente localizzazione cranioencefalica».

Ma il processo civile, intentato dai familiari contro il conducente del camion, la società proprietaria e l’assicurazione, ha raccontato una verità meno netta di quella immaginata subito dopo l’incidente. Per anni i genitori e la sorella del ragazzo hanno sostenuto che il mezzo pesante procedesse «a cavallo della linea di mezzeria», invadendo la traiettoria della moto. La difesa, al contrario, attribuiva ogni responsabilità al giovane centauro.

La svolta è arrivata dalla consulenza cinematica disposta dal tribunale. Il punto d’impatto, scrive il giudice, sarebbe avvenuto «in prossimità della linea di mezzeria», ma dentro la corsia dell’autocarro. Eppure anche il camionista risulta avere le sue colpe. «Laddove il conducente dell’autocarro avesse tenuto, come prescritto, strettamente la destra avrebbe potuto certamente evitare la collisione». Cristiano, invece, secondo la perizia, viaggiava oltre il limite consentito. «In una fascia non inferiore ai 60 km/h né superiore ai 70 km/h» su un tratto con limite di 50.

La conclusione porta alla responsabilità del 50 per cento al camionista e del 50 per cento al ragazzo morto. Un equilibrio giuridico che non attenua il vuoto umano. La sentenza riconosce infatti il dolore dei familiari, difesi dall’avvocato Giovanni Visco, parlando di «una significativa sofferenza correlata alla tragica perdita del congiunto». E di «una fondamentale figura di riferimento» venuta meno per il nucleo familiare.

Ai genitori e alla sorella sono stati riconosciuti risarcimenti dimezzati proprio per effetto del concorso di colpa. Ma dentro quelle cifre resta soprattutto il tentativo impossibile della giustizia: misurare, con il linguaggio dei codici, il peso irreparabile dell’accaduto.