«Le decisioni più difficili sono quelle che cambiano la vita»: Manuela Nicolosi racconta il coraggio di scegliere
Ci sono momenti in cui una decisione vale più di un risultato. Momenti in cui scegliere significa assumersi il rischio dell’errore, affrontare il giudizio degli altri e accettare l’incertezza del futuro. È attorno a questo concetto che ruota Decido io, il libro di Manuela Nicolosi, ex arbitra internazionale e prima italiana a raggiungere alcuni dei più importanti traguardi nel calcio femminile mondiale.
Prima dell’incontro all’Habita, nell’ambito della rassegna “Incontri di Valore”, Nicolosi ha raccontato a Metropolis Quotidiano il significato di quelle scelte che hanno segnato la sua vita professionale e personale. Un percorso fatto di coraggio, determinazione e della volontà di non accettare limiti imposti da altri.
Una pioniera del calcio internazionale
Prima assistente arbitrale italiana a dirigere una finale di Coppa del Mondo femminile, protagonista di alcune delle competizioni più importanti del panorama calcistico internazionale, Manuela Nicolosi ha costruito la propria carriera superando ostacoli che andavano ben oltre il terreno di gioco.
La sua storia è quella di una donna che ha scelto di non accettare i limiti imposti dagli altri, trasformando ogni difficoltà in un’opportunità di crescita. È da questa esperienza che nasce Decido io. Più che un’autobiografia, il volume è una riflessione sul potere delle scelte e sulla capacità di costruire il proprio percorso anche quando la strada sembra già tracciata da aspettative, pregiudizi o convenzioni.
Un invito a riconoscere il valore della propria identità e a non rinunciare alle proprie ambizioni per paura di sbagliare.
L’identità prima della paura
Per Manuela Nicolosi la paura non è mai un ostacolo da eliminare. È una presenza costante, che accompagna ogni decisione importante. La differenza, spiega, sta nella capacità di agire nonostante quella paura.
Alla base di tutto c’è l’identità. Sapere chi si vuole diventare, avere chiara la direzione verso cui andare. È questa consapevolezza che le ha permesso di inseguire un obiettivo che sembrava irraggiungibile: diventare la prima italiana ad arbitrare una finale di Coppa del Mondo.
La paura, racconta, non scompare mai. Ma smette di essere un limite quando il traguardo che si vuole raggiungere diventa più importante del timore di fallire.
La prima partita e il peso del giudizio
Parlando della propria carriera arbitrale, Nicolosi sorprende scegliendo di non indicare una finale o una decisione tecnica particolarmente complessa come il momento più difficile vissuto in campo. La vera prova, racconta, arriva all’inizio. Nella prima partita. Nel primo fischio. Nel momento in cui si comprende di essere soli davanti alle proprie responsabilità e al giudizio di chi osserva.
È lì che emergono i dubbi più grandi: intervenire o non intervenire, decidere o aspettare, assumersi la responsabilità di una scelta sapendo che sarà inevitabilmente giudicata. Non la finale dopo anni di esperienza, ma il primo passo. Perché ogni percorso importante inizia proprio dal coraggio di affrontare l’incertezza.
La scelta che ha cambiato tutto
Se sul campo la sfida più difficile è stata imparare a decidere, fuori dal campo il momento più complesso è coinciso con una rinuncia. A un certo punto della sua carriera, Nicolosi si è sentita dire che, in Italia, non avrebbe potuto aspirare a livelli più alti. Che avrebbe dovuto accontentarsi. Un limite che non era legato alle sue capacità, ma al fatto di essere una donna.
È stato allora che ha preso una delle decisioni più importanti della sua vita: lasciare il proprio Paese, allontanarsi dalla famiglia e dagli amici e trasferirsi all’estero per continuare a inseguire il proprio sogno. Una scelta dolorosa, ma necessaria. Perché accettare quel limite avrebbe significato rinunciare alla persona che aveva deciso di diventare.
Competenza o apparenza?
Nel corso dell’intervista emerge anche una riflessione sul modo in cui il successo femminile viene raccontato ancora oggi. Secondo Nicolosi, esiste una differenza evidente tra il giudizio riservato agli uomini e quello rivolto alle donne. Quando un uomo raggiunge un traguardo importante, si parla della sua autorevolezza, della sua preparazione, della sua competenza. Quando una donna ottiene lo stesso risultato, troppo spesso l’attenzione si sposta sull’aspetto fisico, sull’immagine, sull’abbigliamento.
Un meccanismo che l’ex arbitra ha sperimentato personalmente durante la propria carriera. Domande sul trucco, sull’aspetto estetico o sulla femminilità hanno spesso accompagnato il racconto delle sue prestazioni professionali. Una dinamica che, secondo Nicolosi, continua a riproporsi anche nello sport contemporaneo e che rischia di oscurare il valore più importante: la competenza.
Il diritto di essere sé stesse
Il messaggio che emerge dal libro e dall’intervista è chiaro: non esiste una contraddizione tra femminilità e autorevolezza, tra personalità e competenza. Ogni donna deve sentirsi libera di esprimere sé stessa senza dover giustificare il proprio modo di essere.
La vera sfida, sostiene Nicolosi, è superare una cultura che continua troppo spesso a valutare le donne prima per l’immagine e solo dopo per il merito. Per questo invita a costruire maggiore solidarietà tra donne e ad avere il coraggio di occupare gli spazi conquistati senza chiedere il permesso.
In fondo, il significato più profondo di Decido io sembra racchiuso proprio in questa idea: la libertà non consiste nell’assenza della paura, ma nella capacità di scegliere chi essere nonostante la paura. E di continuare a farlo, ogni giorno, anche quando la strada appare più difficile.

