L’epopea dei Borbone in un libro-monumento di Scripta Maneant
Nell’epoca della riproducibilità digitale e della fruizione rapsodica, l’operazione editoriale condotta da Scripta Maneant con il volume “I Borbone delle Due Sicilie” si configura come un deliberato atto di resistenza estetica e culturale. Non si è di fronte a una mera pubblicazione storiografica, bensì a un oggetto codicologico monumentale che rivendica la propria presenza nello spazio e nel tempo.
Il formato imperiale di trentuno per quarantacinque centimetri impone una postura di lettura che è già, in sé, una declinazione della reverenza: il volume non si sfoglia, si consulta con gesti lenti, quasi liturgici, assecondando il peso della materia.
Ogni elemento materico concorre a istituire una corrispondenza univoca tra il contenente e il contenuto: il lusso della veste non è ornamento superfluo, ma correlato oggettivo della grandezza regale che si intende narrare.
Anatomia della materia: le caratteristiche dell’edizione d’arte
L’esclusività dell’opera si manifesta in una rigorosa e limitatissima tiratura a soli 399 esemplari numerati, un dato che colloca immediatamente il volume nel novero del collezionismo d’élite e delle acquisizioni istituzionali d’alto pregio. La legatura esterna è un capolavoro di alto artigianato: il volume è rivestito in pregiatissima pelle blu primo fiore, sulla quale spiccano impressioni in oro zecchino eseguite a caldo.
Sul piatto frontale è incastonato un bassorilievo artistico appositamente commissionato, che evoca la plasticità delle grandi opere monumentali dinastiche. All’interno, le duecentoquarantotto pagine sono impresse su carta speciale Fedrigoni Tatami White, scelta per la sua capacità di restituire la profondità cromatica di un apparato iconografico superbo, composto da circa centocinquanta immagini tra documenti d’archivio inediti e nuove campagne fotografiche in alta definizione.
Il corpo del volume è infine custodito in uno scrigno protettivo in legno MDF, anch’esso interamente rivestito in vera pelle, e ospita una tasca interna contenente cinque medaglie celebrative coniate a rilievo con le effigi dei sovrani delle Due Sicilie.

(Il principe Carlo di Borbone con il presidente del Napoli, De Laurentiis)
L’esegesi dinastica: la prefazione di S.A.R. il Duca di Castro
Il testo trova la sua ideale legittimazione formale e storica nella prefazione autografa firmata da S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro e Capo della Real Casa. Questo proemio istituzionale non agisce come un semplice viatico dinastico o un orpello di circostanza, ma esprime un manifesto d’intenti di altissimo valore storiografico.
Nella sua lettera introduttiva, il Principe Carlo esprime il formale compiacimento della Real Casa per un’opera che si distacca dalla saggistica commerciale per farsi monumento. Il fulcro del pensiero espresso nella prefazione risiede nella necessità di una riscoperta consapevole delle radici identitarie del Mezzogiorno, esortando a una rilettura della storia che sia scientifica, documentata e finalmente affrancata dai pregiudizi risorgimentali.
È l’investitura morale di una dinastia che rivendica il proprio ruolo civilizzatore nel contesto europeo, offrendo al lettore la chiave d’accesso per comprendere i capitoli successivi non come cronaca del passato, ma come eredità viva.

(La collezione di monete)
L’asse carolino e la fondazione dello Stato-Nazione
L’ordito testuale, affidato al rigore storiografico di Gennaro De Crescenzo e Salvatore Lanza, si apre sotto l’egida di questo viatico programmatico per esplorare la nascita del Regno. Il cammino narrativo prende le mosse dal 1734, anno in cui Carlo di Borbone, varcando i confini di un Sud ridotto a viceregno, restituisce ai popoli delle Due Sicilie la dignità di uno Stato sovrano e indipendente.
I capitoli inaugurali illuminano magistralmente la transizione da provincia periferica a baricentro della geopolitica mediterranea. Gli autori non si limitano a descrivere le pur celebri glorie architettoniche della Reggia di Caserta o del Real Teatro di San Carlo, ma penetrano le pieghe delle riforme illuminate, mostrando come l’estetica carolina fosse indissolubilmente legata a una visione filosofica dello Stato, capace di coniugare il mecenatismo d’eccellenza con la nascita delle prime tutele sociali e della manifattura di Capodimonte.
L’età ferdinandea tra riforme, traumi e industrializzazione
Il fulcro della trattazione si sposta inevitabilmente sul lungo e tormentato regno di Ferdinando IV (poi I delle Due Sicilie) e sulla successiva stagione di consolidamento ottocentesco. Qui la prosa si fa densa e drammatica, affrontando la dialettica tra l’assolutismo illuminato e le spinte rivoluzionarie del 1799 e del 1848. L’opera ha il merito di non appiattirsi sulla narrazione bellica, prediligendo l’analisi strutturale delle istituzioni.
Emerge con chiarezza la figura di Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, analizzata non attraverso il filtro della satira giacobina, ma come statista di respiro europeo. È tuttavia nel capitolo dedicato a Ferdinando II che il volume tocca il suo apice argomentativo: la dettagliata disamina della stagione dei primati.
La ferrovia Napoli-Portici, l’opificio di Pietrarsa, l’esperimento utopico e industriale di San Leucio e la flotta mercantile non vengono presentati come anomalie isolate, ma come i frutti maturi di una politica economica coerente, volta a fare del Regno una potenza industriale autosufficiente, dotata di una legislazione sociale tra le più avanzate dell’Europa del tempo.

(La lettera del principe Carlo di Borbone)
Il crepuscolo di Gaeta e la dignità dell’esilio
Il volume conclude la sua parabola cronologica con il regno breve e tragico di Francesco II e della regina Maria Sofia. Gli autori rifuggono l’agiografia nostalgica, preferendo l’analisi dei decreti e delle opere pubbliche tentate negli ultimi, convulsi mesi di sovranità, a testimonianza di una continuità amministrativa che non si arrese nemmeno dinanzi al collasso geopolitico. Le pagine dedicate all’assedio di Gaeta e al successivo esilio romano e parigino assumono i toni della tragedia classica.
La caduta dello Stato borbonico viene esaminata non come l’inevitabile fine di un regime anacronistico, ma come un trauma storico i cui riflessi economici e sociali sul Mezzogiorno d’Italia si estendono fino alla contemporaneità. In definitiva, l’opera di Scripta Maneant si impone come un monumento cartaceo necessario: un’operazione culturale in cui l’eccellenza dell’artigianato editoriale italiano si face custode e interprete di una memoria che rifiuta di essere dimenticata, consegnando ai posteri non un semplice libro, ma un archivio di bellezza e di storia.
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