Torre Annunziata: «Siamo tutti camorristi, guardiamoci allo specchio»
La lettera | Provocazione
6 giugno 2026
La lettera | Provocazione

Torre Annunziata: «Siamo tutti camorristi, guardiamoci allo specchio»

La riflessione del musicista Ignazio Scassillo
Ignazio Scassillo

Siamo tutti camorristi.

Mi chiamo Ignazio Scassillo. Sono di Torre Annunziata. Per me è la città più bella del mondo. La guardo come si guarda una madre ferita: con amore, con rabbia, con vergogna e con orgoglio. Perché puoi allontanarti da una città, puoi criticarla, puoi perfino maledirla, ma non puoi smettere di appartenerle. E allora lo dico da anni. L’ho sempre detto. Lo ripeto anche oggi: sono un camorrista.

No, non sono ricercato. Non sono latitante. Non ho sentenze da scontare né covi in cui nascondermi. Sono un camorrista libero. Libero di pensare. Libero di scrivere. Libero di osservare. Libero di riflettere. E proprio perché sono libero, continuo a dirlo. Sono un camorrista. Perché la mia città, ancora una volta, è sotto commissariamento per camorra. Ancora una volta.

Come una nave che continua a incagliarsi sugli stessi scogli mentre l’equipaggio discute su chi abbia sbagliato la rotta. E allora tutti cercano un colpevole. Qualcuno. Sempre qualcuno. Qualcuno che ha firmato. Qualcuno che ha votato. Qualcuno che ha taciuto. Qualcuno che ha favorito. Qualcuno che ha sbagliato. Ma quel qualcuno non esiste. È una maschera senza volto. Un fantasma inventato per non guardarci allo specchio.

Perché “qualcuno” è una parola comoda. La usiamo per allontanare il male da noi. Per convincerci che abiti sempre nella casa accanto. Che sieda sempre al tavolo degli altri. Che sporchi sempre le mani di qualcun altro. Ma io esisto. E per questo dico: sono un camorrista.

Perché la camorra non è soltanto una pistola. Non è soltanto un clan. Non è soltanto un’estorsione. La camorra è una cultura dell’abitudine. È il favore chiesto invece del diritto preteso. È il silenzio che diventa educazione. È l’indifferenza che diventa prudenza. È il “fatti i fatti tuoi” che diventa filosofia. È il piccolo compromesso che ogni giorno chiede un centimetro e, dopo anni, si prende una città intera. La camorra non entra dalle porte. Entra dalle crepe. E le crepe siamo noi.

Per questo penso una cosa che molti trovano insopportabile. Penso che siamo quasi tutti camorristi. Non tutti allo stesso modo. Non tutti con la stessa responsabilità. Non tutti con la stessa colpa. Ma quasi tutti contaminati dalla stessa nebbia. Perché la camorra è come il sale nell’acqua: quando si scioglie non la vedi più, ma continua ad esserci. E noi ci siamo abituati.

Ci siamo abituati talmente tanto da chiamare normalità ciò che normale non è. Da chiamare furbizia ciò che è complicità. Da chiamare rispetto ciò che è paura. Da chiamare destino ciò che è scelta. Per questo lo ripeto. Sono un camorrista. Non perché appartengo a un clan. Ma perché rifiuto l’ipocrisia di credermi completamente innocente.

Perché il primo passo per guarire una città è smettere di cercare il mostro e iniziare a cercare lo specchio. E nello specchio, qualche volta, il volto della camorra non ha cicatrici. Non ha pistole. Non ha soprannomi. Ha il nostro volto. Il mio. Il tuo. Quello di una città intera che continua a dire “loro” quando dovrebbe trovare il coraggio di dire “noi”.

Solo allora, forse, Torre Annunziata smetterà di essere una città commissariata. E tornerà ad essere semplicemente una città libera.

Ignazio Scassillo

Musicista