INCONTRI DI VALORE
11 giugno 2026
INCONTRI DI VALORE

Il confine sottile tra diritto e vita: “L’attesa dell’alba” e la lezione di Francesco Caringella

Il presidente della Quinta Sezione del Consiglio di Stato si racconta a Metropolis durante la presentazione de “L’attesa dell’alba”. Con lui il professor Erik Furno e Nicola Ruocco, fondatore di Incontri di Valore, in un confronto sui temi del fine vita tra diritto, etica e coscienza
Alessandra Boccia

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, invece, pongono domande. L’attesa dell’alba, l’ultimo romanzo di Francesco Caringella, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Presentato all’Hotel Stabia nell’ambito della rassegna culturale Incontri di Valore, il volume affronta uno dei temi più complessi e divisivi del nostro tempo: il fine vita, il diritto all’autodeterminazione, il rapporto tra legge e coscienza.

Una serata di confronto che ha visto protagonista il presidente della Quinta Sezione del Consiglio di Stato, magistrato, giurista e scrittore, ha offerto al pubblico l’occasione di riflettere su questioni che attraversano il diritto ma toccano, inevitabilmente, la dimensione più intima dell’esistenza umana.

A margine dell’incontro, il presidente Caringella ha rilasciato a Metropolis un’intervista esclusiva nella quale ha approfondito il significato del romanzo e il percorso che lo ha portato a confrontarsi con un argomento tanto delicato.

Un libro che non offre risposte, ma apre interrogativi

Nel romanzo, il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito entra nella vita di una famiglia, costringendo i protagonisti a confrontarsi con scelte dolorose e domande che non ammettono scorciatoie. Per Caringella, la funzione della letteratura non è quella di indicare una verità assoluta, ma di mettere il lettore di fronte alle proprie convinzioni e alle proprie fragilità.

«Un libro deve essere, come dice Kafka, un colpo di scalpello per rompere il ghiaccio che c’è dentro di noi», spiega a Metropolis. «Deve interrogarci, cambiarci, spingerci a riflettere sui nostri sogni, sui nostri dubbi e sulle nostre debolezze».

Il fine vita, sottolinea il magistrato, è uno di quei temi che non possono essere affrontati da una sola prospettiva. Interroga il giurista, chiamato a confrontarsi con la possibilità di riconoscere un diritto al suicidio assistito; interroga l’uomo, che si chiede quando la vita cessi di essere realmente vita; interroga il genitore, costretto a misurarsi con decisioni che toccano gli affetti più profondi.

Il dilemma del magistrato: tra legge e giustizia

Nel corso della conversazione emerge uno dei temi centrali dell’esperienza professionale di Caringella: il rapporto tra legalità e giustizia. «Il timore principale di un magistrato è quello di adottare una sentenza legittima ma ingiusta», racconta. «Conforme alla legge, ma non alla giustizia sostanziale, all’etica. Lo sforzo che ogni giurista deve compiere è fare in modo che il diritto, cioè la tecnica, e la giustizia, cioè l’umanità, coincidano».

Un equilibrio difficile, che accompagna quotidianamente chi è chiamato a interpretare e applicare le norme. Un equilibrio che diventa ancora più delicato quando si affrontano questioni che riguardano la vita, la sofferenza e la libertà di scelta.

Le parole del magistrato richiamano una concezione del diritto che non si esaurisce nella rigidità delle regole, ma che cerca costantemente di dialogare con la dimensione umana e con i bisogni reali delle persone.

Il diritto alla difesa come fondamento della democrazia

Tra i passaggi più significativi dell’intervista, anche una riflessione sul ruolo della giustizia e sulle polemiche che spesso accompagnano decisioni giudiziarie o strategie difensive particolarmente controverse.

Per Caringella, il punto di partenza resta uno soltanto: il valore dello Stato di diritto. «Uno Stato di diritto è tale se tutti gli uomini hanno un difensore», afferma. «Il diritto alla difesa compete al criminale, al presunto criminale, all’assassino e al presunto assassino. Che sia realmente colpevole lo stabilisce il processo, non il giudizio anticipato dell’opinione pubblica».

Un principio che il magistrato considera irrinunciabile e che rappresenta una delle conquiste più importanti della civiltà giuridica occidentale.

Quando la coscienza chiede ascolto

Sul tema del fine vita è intervenuto anche il professor Erik Furno, avvocato e docente universitario, che ha evidenziato come esistano situazioni nelle quali il diritto sia chiamato a confrontarsi con la dignità della persona e con la sua volontà. «Ci sono momenti in cui il distacco dalla vita diventa una scelta necessaria», osserva.

«Quando una persona è affetta da una malattia incurabile, vive sofferenze insopportabili ed esprime in modo lucido la volontà di porvi fine, ignorare quella volontà rischia di trasformarsi in accanimento terapeutico».

Una posizione che richiama uno dei nodi centrali affrontati nel libro: il difficile equilibrio tra tutela della vita e rispetto dell’autodeterminazione individuale.

Nicola Ruocco: «L’amore è la sintesi di tutto»

Se Caringella e Furno hanno guidato il pubblico all’interno delle questioni giuridiche e morali poste dal romanzo, Nicola Ruocco ha offerto una chiave di lettura più ampia dell’intera serata. Fondatore di Incontri di Valore, Ruocco ha spiegato a Metropolis le ragioni che lo hanno portato a ospitare Caringella in una tappa speciale della rassegna.

«Una cornice diversa, ma con la stessa emozione», racconta. «Castellammare è bellezza, accoglienza, identità. È la porta della Costiera Sorrentina, ma soprattutto è una città capace di offrire profondità e umanità a incontri come questo».

Più ancora della presentazione di un libro, la serata si è trasformata in un momento di riflessione collettiva sulla fragilità umana. «Il messaggio che spero il pubblico porti a casa è il senso della misura», spiega Ruocco.

«Il tema del fine vita mette in contrasto etica e diritto, morale e rigore delle norme. Sono binari che probabilmente non si incontreranno mai del tutto. Ma c’è qualcosa che riesce a sintetizzare ogni contrasto: l’amore. È l’amore la risposta finale, è l’amore il gesto che dà significato anche alle scelte più difficili».

Alla fine dell’incontro, ciò che resta non è soltanto il dibattito sul fine vita o il confronto tra norme e coscienza. Resta soprattutto una domanda che L’attesa dell’alba consegna a ogni lettore: come vivere il tempo che ci è dato.

Una domanda alla quale Francesco Caringella non offre una risposta definitiva. Ma forse è proprio questo il compito della buona letteratura: non chiudere il dibattito, bensì aprirlo. E accompagnarci, pagina dopo pagina, verso la nostra personale attesa dell’alba.