14 giugno 1940: Il primo treno ad Auschwitz
MEMORIA
14 giugno 2026
MEMORIA

14 giugno 1940: Il primo treno ad Auschwitz

Stanisław Ryniak e altri 727 polacchi sono partiti dal carcere di Tarnów, hanno viaggiato verso est per 150 chilometri, in un paesaggio martoriato a sud della Polonia occupata
Raffaele Schettino

Il primo treno arriva all’inferno oggi. Il 14 giugno del 1940. È un giorno caldo, con il sole scintillante sulle rotaie. Stanisław Ryniak e altri 727 polacchi sono partiti dal carcere di Tarnów, hanno viaggiato verso est per 150 chilometri, in un paesaggio martoriato a sud della Polonia occupata.

Sono quasi tutti prigionieri politici, sono i primi ospiti ad Oswiecim. Un centro poco lontano da Cracovia. Oswiecim ha un suono troppo dolce per i tedeschi. Loro preferiscono Auschwitz.

Giù dal treno c’è un ufficiale con le ciglia folte sotto il berretto. Si chiama Karl Fritzsch, è un hauptsturmführer delle SS. Il sole luccica sulle sue mostrine, sulle spille, sugli stivali tirati a lucido. E luccica ovunque: sui portelloni pesanti dei vagoni. Sui mattoni rossi dei blocchi oltre il filo spinato. Sugli elmetti nelle garitte. Sui fucili. Centinaia di fucili puntati sui prigionieri.

«Disobbedite e morirete», urla l’hauptsturmführer. «Fuggite e sarete bucati dal piombo». Un nodo stringe la gola di Stanisław. Lui non lo sa ancora, forse non lo sa nemmeno Dio, ma da quel posto si esce solo attraverso i camini.

Auschwitz è un inferno pianificato in un’ex caserma, una fabbrica di morte che funziona nel rispetto della legge. È stata studiata per essere efficiente. Per risolvere la questione ebraica. Radicalmente.

Quel 14 giugno, mentre il primo treno ad Auschwitz vomita deportati, i tedeschi invadono Parigi e sui giornali italiani campeggia il “Folgorante annunzio del Duce” nell’ora delle decisioni irrevocabili.

Stanisław ha 24 anni, è stato arrestato dalla Sicherheitspolizei nella città medievale di Sanok. Assieme agli altri 727 polacchi è in fila, sull’attenti. Non sa perché, ma è il primo. Nel blocco che sa si inchiostro, un uomo gli preme sul braccio due pezzi di legno con le puntine che formano cifre. Prima 3. Poi 1.

I trenta che l’hanno preceduto dentro i pigiami a righe sono arrivati un mese prima. Un manipolo di criminali tedeschi prelevati da Sachsenhausen per diventare kapò.

Ogni uomo della fila diventa un numero. La lista scorre fino al «758» di Ignacy Plachta da Łódź. Molti bruceranno e le ceneri pioveranno sulla loro terra occupata.

Non Stanisław. Lui non morirà ad Auschwitz. O almeno non fisicamente. Chiuderà gli occhi nel letto della sua casa a Breslavia, nel 2004, dopo aver raccontato il suo inferno molte volte, partendo sempre dallo stesso punto: da un bagno della prigione di Tarnów.

“Ci dissero di fare una doccia. Poi ci scortarono lungo le strade deserte, fino alla stazione. Tutti in fila per quattro, sotto gli occhi di alcune donne nascoste dietro le finestre. Ci spinsero nei vagoni. Sembravamo un serpente, o a pensarci bene, bestie da macello”.

Dopo di loro, ne arrivarono altri ad Auschwitz. Tanti altri. Treni sempre più pieni. Donne e bambini, giovani e anziani.

Quando Dio se ne accorse era già tardi. Migliaia di schiavi erano già passati dai camini.

Tags:

auschwitz