Due spicci: dar forma al grumo di tenebre, quando un cartone diventa un’analisi introspettiva
LA NUOVA SERIE DI ZEROCALCARE
18 giugno 2026
LA NUOVA SERIE DI ZEROCALCARE

Due spicci: dar forma al grumo di tenebre, quando un cartone diventa un’analisi introspettiva

Asia Schettino

Con la nuova serie animata per Netflix, l’autore romano chiude idealmente il percorso iniziato con Strappare lungo i bordi e proseguito con Questo mondo non mi renderà cattivo. Otto episodi più lunghi e ambiziosi che trasformano la crisi generazionale in un noir esistenziale.

La diegesi animata di Zerocalcare ritorna all’azione e lo fa con quella che somiglierebbe a una conclusione naturale di un percorso iniziato con Strappare lungo i bordi e proseguito con Questo mondo non mi renderà cattivo.

La nuova serie, Due spicci, distribuita da Netflix e realizzata ancora una volta insieme a Bao Publishing, Movimenti Production e DogHead Animation, amplia ulteriormente il proprio raggio d’azione: otto episodi invece di sei, una durata maggiore e una costruzione narrativa più articolata che conferma la crescente ambizione del progetto.

Eppure, nonostante la maggiore estensione e la ricchezza di spunti, il cuore della serie non è nella quantità di storie raccontate. È piuttosto nella sensazione di trovarsi davanti a un’opera che guarda costantemente ai propri limiti, interrogandosi su ciò che può ancora essere detto e su ciò che, invece, continua a sfuggire alla rappresentazione.

Se Strappare lungo i bordi raccontava il trauma individuale e Questo mondo non mi renderà cattivo spostava lo sguardo sul conflitto sociale e politico, Due spicci sembra guardare soprattutto alle conseguenze che il tempo produce sulle persone.

L’universo narrativo è quello ormai familiare di Rebibbia. Zerocalcare continua a muoversi accanto agli amici di sempre: Sarah, Secco e Cinghiale. Con quest’ultimo tenta addirittura di gestire un locale, ritrovandosi coinvolto in una serie di problemi economici e criminali che finiscono per assumere i contorni di un vero e proprio noir romano.

A fare da contrappunto c’è il ritorno dell’Armadillo, delle nevrosi, delle associazioni mentali e di quel flusso narrativo ininterrotto che da sempre costituisce la cifra stilistica dell’autore. Ma sotto la superficie degli eventi emerge qualcosa di diverso. Non è più il mondo esterno a occupare il centro della scena. Il vero protagonista è l’impulso con cui quel mondo ha modellato una generazione arrivata ormai alla soglia dei quarant’anni.

La serie parla della difficoltà di diventare adulti senza subire alcuna metamorfosi evolutiva sublimante. I personaggi si confrontano con la precarietà economica, con lavori che soffocano il tempo libero, con amicizie che invecchiano e con relazioni sempre più difficili da tessere. Zerocalcare evita accuratamente qualsiasi rassicurazione.

Essere adulti non significa avere trovato un equilibrio né possedere tutte le risposte. Al contrario: significa convivere con una quantità crescente di dubbi, rinunce e contraddizioni. In questo senso Due spicci rappresenta, probabilmente, il lavoro più malinconico e disilluso realizzato finora dall’autore romano.

La comicità continua a esserci, così come la raffica di citazioni pop e le digressioni che hanno reso celebre il suo stile. Ma sulla punta di ogni battuta si avverte la nota amara della risata, un monito che, come un afflato, serpeggia nell’atmosfera. Da sempre l’opera di Zerocalcare vive di una tensione particolare tra confessione e reticenza. I suoi racconti sembrano autobiografici, ma conservano sempre una zona d’ombra che l’autore protegge accuratamente.

In Due spicci questa dinamica diventa ancora più evidente. Mentre il racconto si espande e accumula personaggi, sotto trame e invenzioni visive, il presente del fumettista appare sempre più impalpabile e inafferrabile. Alcuni temi resistono alla trasformazione narrativa e rimangono ai margini del racconto. È il caso dei rapporti sentimentali e della paternità, questioni che affiorano in più momenti senza mai diventare davvero il centro della scena.

Emblematico è uno scambio tra Zero e Secco nell’episodio finale, forse il momento più esplicitamente personale dell’intera serie e, paradossalmente, anche uno dei più elusivi. Come già accadeva nel volume Quando muori resta a me, si percepisce la presenza di interrogativi che non possono essere facilmente assorbiti dall’apparato narrativo tradizionale di Zerocalcare.

Anche la dimensione politica, da sempre fondamentale nella produzione dell’autore, cambia forma e subisce un ‘ripiegamento verso l’interno’. Se in Questo mondo non mi renderà cattivo il conflitto sociale era esplicito e occupava il centro del racconto, qui viene interiorizzato.

La politica non scompare, ma si manifesta nelle difficoltà economiche, nell’impossibilità di costruire un futuro stabile, nell’isolamento che accompagna l’età adulta. La questione non è più soltanto denunciare ciò che accade fuori, ma comprendere come quel contesto abbia influenzato chi lo ha attraversato. Negli ultimi anni Zerocalcare ha parlato spesso della fatica dell’esposizione pubblica e della possibilità di allontanarsi progressivamente dal fumetto.

Anche la serie, infatti, apparirebbe come una chiusura programmatica del cerchio: è il tentativo di riversare nel racconto tutto ciò che resta da dire prima di un possibile cambiamento di rotta? Da qui deriva forse la sua sovrabbondanza narrativa, il desiderio di non lasciare nulla indietro, l’esondazione dei contenuti.

Eppure, proprio questa abbondanza finisce per assestarsi nell’ossatura stessa dell’opera: come se il racconto stesso arrivasse a svuotarsi dall’interno, interrogando la propria capacità di contenere la complessità dell’esistenza. Per questo, Due spicci è probabilmente la serie più fragile e insieme più coraggiosa realizzata da Zerocalcare.

Non perché trovi tutte le risposte, ma perché accetta di mettere in scena il momento in cui alcune domande diventano troppo grandi per essere raccontate.