Torre Annunziata, Reddito di cittadinanza: cade l’accusa di truffa per lady Gionta
Una svolta giudiziaria riapre il caso del reddito di cittadinanza percepito dalla moglie di Valentino Gionta. La Corte di Cassazione ha cancellato l’accusa di truffa aggravata contestata ad Annunziata Chierchia, coniuge del boss di Torre Annunziata.
I giudici hanno stabilito che i fatti devono essere ricondotti a una diversa fattispecie di reato. Gli atti sono stati rinviati alla Corte d’Appello di Napoli per una nuova valutazione.
La Suprema Corte ha accolto in parte il ricorso presentato dalla moglie di Valentino Gionta, figlio di Aldo e nipote del capostipite della famiglia dei Valentini. Il procedimento riguarda l’ottenimento del reddito di cittadinanza.
Torre Annunziata, la decisione della Cassazione
I giudici di legittimità hanno annullato parzialmente la sentenza della Corte d’Appello di Napoli. Hanno escluso che la condotta contestata possa essere qualificata come truffa aggravata ai danni dello Stato. È stato quindi disposto un nuovo giudizio, limitato alla valutazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche.
La vicenda nasce dalla domanda per il reddito di cittadinanza presentata nel 2020. Secondo l’accusa, nella documentazione prodotta sarebbe stata omessa un’informazione ritenuta determinante. Si tratta della presenza nel nucleo familiare del marito Valentino Gionta.
L’uomo risultava residente allo stesso indirizzo ed era detenuto in esecuzione di una condanna definitiva per associazione mafiosa. Secondo l’impostazione accusatoria, proprio quell’omissione avrebbe consentito l’accesso al beneficio economico.
L’iter giudiziario e il rinvio a Napoli
In primo grado il gip del Tribunale di Torre Annunziata aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputata. Successivamente la Corte d’Appello di Napoli aveva rideterminato la pena. Aveva però confermato la qualificazione del fatto come truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
La difesa ha quindi portato il caso davanti alla Cassazione. Secondo i legali, la semplice omissione di un dato non poteva integrare gli artifici o i raggiri richiesti dalla normativa sulla truffa.
La Seconda sezione penale ha condiviso questa impostazione. Secondo la Corte, le false dichiarazioni o le omissioni contenute nelle domande per il reddito di cittadinanza rientrano nella disciplina speciale prevista dall’articolo 7 del decreto legge 4 del 2019. La norma è stata introdotta proprio per sanzionare chi fornisce informazioni non veritiere o incomplete per ottenere il beneficio.
Per questo motivo i giudici hanno escluso l’applicazione dell’articolo relativo alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
La Cassazione ha inoltre precisato che un eventuale errore nella valutazione dei requisiti necessari per accedere alla misura non è sufficiente a escludere la responsabilità penale.
Pur accogliendo il ricorso sul punto centrale della qualificazione giuridica, la Suprema Corte non ha definito il procedimento. Gli atti sono stati rinviati a un’altra sezione della Corte d’Appello di Napoli. I giudici dovranno pronunciarsi nuovamente sulla possibilità di riconoscere la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche richieste dalla difesa.
La decisione rappresenta un passaggio rilevante perché modifica il quadro accusatorio delineato nei precedenti gradi di giudizio. Resta in piedi la contestazione legata alla domanda per il reddito di cittadinanza. Viene però meno l’ipotesi di truffa aggravata.

