La stella di Messi brilla negli Usa: ora è a un passo dal mito
C’è un filo invisibile, teso attraverso il tempo e lo spazio, che unisce il caldo soffocante del Messico nel 1986, le lacrime amare di Boston nel 1994 e il palcoscenico fantascientifico dell’AT&T Stadium di Dallas nel 2026. Esattamente a quarant’anni dalle storiche prodezze di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra, Lionel Messi ha scelto la terra statunitense per compiere l’ultimo, definitivo atto di fusione con il mito del Pibe de Oro.Con la doppietta rifilata all’Austria nel faticoso ma trionfale 2-0 che ha proiettato l’Argentina ai sedicesimi di finale, la Pulce non ha solo trascinato la Selección. Ha riscritto la storia del calcio, issandosi solitario a 18 gol totali nei Mondiali, superando il record maschile di Miroslav Klose (16) e quello assoluto di Marta (17).
La nemesi degli USA e la redenzione del 10
Giocare un Mondiale negli Stati Uniti, per un argentino, evoca da trentadue anni un brivido freddo. Fu proprio a poca distanza da Dallas, nel 1994, che a Maradona “tagliarono le gambe” con la squalifica per efedrina, lasciando un intero popolo orfano e ferito. I tifosi dell’Albiceleste arrivati in Texas lo sanno, tanto da aver intonato per giorni un nuovo coro che parla di “quella coppa che fu rubata al Dieci”.Messi, che a 38 anni vive a Miami e sembra aver trovato negli States l’elisir di eterna giovinezza calcistica, è sceso in campo a Dallas per chiudere quel cerchio di sofferenza. Eppure, la sceneggiatura ha preteso il dramma: al nono minuto, Leo calcia a lato un rigore. Per chiunque altro sarebbe stato l’inizio di un incubo mediatico; per l’erede di Diego è stato solo il preludio della sinfonia.
Cinque perle per la storia
Dopo la tripletta all’esordio contro l’Algeria, l’Austria si presentava come un muro compatto e asfissiante. Al minuto 38, l’illuminazione: cross basso di Medina, finta geniale di Thiago Almada a liberare lo spazio e sinistro chirurgico di Messi a battere Schlager. È il gol del record, la rete numero 17 che fa esplodere l’astronave dei Dallas Cowboys. Nel recupero del secondo tempo, un altro graffio d’autore fissa il punteggio sul 2-0 e aggiorna il tassametro della leggenda a quota 18. Tutti i cinque gol dell’Argentina in questo Mondiale portano la sua firma. Alexi Lalas, icona del soccer statunitense e oggi analista televisivo, lo ha descritto perfettamente:“Messi è il sistema, è la tattica, è l’identità e il cuore di questa squadra”.
L’ultimo gradino del mito
Se il Mondiale del 2022 in Qatar era stato il torneo del riscatto e della coppa sollevata al cielo, l’edizione del 2026 negli Stati Uniti si sta trasformando nella celebrazione della sua onnipotenza calcistica. Libero dalle pressioni logoranti del calcio europeo, Messi gestisce le energie, cammina per il campo come un predatore saggio e colpisce con una ferocia inedita.Il paragone con Maradona non è più una questione di bacheca o di paragoni tecnici insolubili. È una questione di mistica. Diego trascinava con la forza della rivoluzione e del tormento; Lionel domina con la grazia geometrica di chi ha compreso il calcio prima degli altri. Ma quando la palla gonfia la rete e Messi corre verso i tifosi impazziti con le braccia tese, l’ombra che si allunga sul prato verde ha un solo nome. Quello di Diego. L’eredità è completa, l’Argentina ha un nuovo Re Sole, e splende proprio sopra i cieli d’America.

