Torre Annunziata: 18 anni al boss Tamarisco per traffico di cocaina
Sentenza d'appello
24 giugno 2026
Sentenza d'appello

Torre Annunziata: 18 anni al boss Tamarisco per traffico di cocaina

Ridotta da 24 a 18 anni la condanna per il boss oplontino ritenuto al centro di un asse tra Calabria e Campania
Antonio Di Martino

Diciotto anni di carcere per Domenico Tamarisco, detto “Nardiello”, il boss di Torre Annunziata ritenuto dagli investigatori il fulcro di un traffico di cocaina tra Calabria e Campania.

È questo l’esito più rilevante della sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Catanzaro. La decisione chiude il secondo grado del processo nato dall’inchiesta della Dda calabrese.

Per la Corte, presieduta da Ippolito Luzzo con Pietro Scuteri e Michela Ciociola a latere, Tamarisco ottiene una riduzione di sei anni rispetto alla condanna inflitta in primo grado. La pena passa da 24 a 18 anni di reclusione.

La sentenza alleggerisce la condanna. Conferma però il ruolo centrale attribuito dagli inquirenti al boss oplontino. Secondo l’accusa, avrebbe operato all’interno di un’organizzazione capace di movimentare ingenti quantitativi di cocaina dalla Calabria verso l’Agro nocerino-sarnese e l’area vesuviana.

Torre Annunziata, il ruolo di Tamarisco

Da tempo residente a Scalea, in provincia di Cosenza, Tamarisco sarebbe stato il punto di collegamento tra ambienti della criminalità organizzata campana e soggetti riconducibili alle cosche calabresi operanti nel Reggino.

Proprio nella cittadina tirrenica, dove viveva sottoposto a sorveglianza speciale, gli investigatori hanno individuato il centro operativo della rete. Secondo l’accusa, da lì venivano coordinati approvvigionamento e distribuzione dello stupefacente lungo una direttrice consolidata tra Calabria e Campania.

L’inchiesta, culminata nel blitz del 2023 coordinato dalla Dda di Catanzaro, aveva delineato una struttura articolata. L’organizzazione sarebbe stata composta da fornitori, corrieri, custodi della droga e distributori.

In questo contesto Tamarisco sarebbe stato il promotore degli accordi e delle relazioni necessarie a mantenere attiva la filiera del narcotraffico. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito incontri e summit che si sarebbero svolti anche in Campania. A questi avrebbe partecipato insieme a sodali calabresi conosciuti durante il periodo trascorso a Scalea.

Il nome di Antonio Pignataro

Nel corso delle indagini è emerso anche il nome di Antonio Pignataro, storico boss nocerino ed ex esponente della Nuova Camorra Organizzata. Noto per essere stato coinvolto nell’omicidio della giovane giudice Simonetta Lamberti nel 1982, è morto lo scorso anno mentre si trovava agli arresti domiciliari.

Secondo la pubblica accusa, una parte del denaro proveniente dalla vendita della droga sarebbe stata custodita proprio nell’abitazione di Pignataro a Scalea. Un elemento che avrebbe ulteriormente evidenziato i collegamenti tra le diverse realtà criminali coinvolte.

La sentenza d’Appello ha rideterminato anche le posizioni degli altri imputati. I giudici hanno condannato Salvatore Maiorino di Nocera Inferiore a 9 anni e 8 mesi, Pietro Santagada a 12 anni, Luigi Vicedomini di Nocera Inferiore a 10 anni e Patrizio Fiume, originario di Portici, a 10 anni di reclusione.

Quattro anni, invece, per Gianluca Lano di Pagani e Ivan Busiello di Scafati. Per tutti è stata confermata l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

Nonostante la rideterminazione delle pene, la figura di Tamarisco resta al centro dell’intera vicenda giudiziaria. Per gli investigatori era lui il perno dell’intesa criminale che avrebbe consentito alla cocaina di viaggiare dalla Calabria fino alle piazze di spaccio della provincia di Salerno e dell’area vesuviana.

Con la decisione dei giudici di Catanzaro si chiude il secondo grado di un processo che ha acceso i riflettori su un presunto asse del narcotraffico tra Calabria e Campania, confermando l’impianto accusatorio nei confronti del boss di Torre Annunziata pur con una significativa riduzione della pena.