Tangentopoli e le verità divise: il racconto di Sama e Cusani
La storia non cambia. Cambia il modo in cui la si racconta. Si sente ancora il bisogno di tornare su quelle pagine che hanno segnato il destino di un Paese per provare a leggerle con occhi diversi. Non per riscriverle, ma per aggiungere il punto di vista di chi le ha vissute in prima persona. È questo il filo conduttore dell’incontro che ha visto protagonisti Carlo Sama e Sergio Cusani nella rassegna Gli Incontri di Valore, ideata e diretta da Nicola Ruocco.
A Pompei, presentando i rispettivi libri La caduta di un impero e Il colpevole, i due protagonisti di una delle stagioni più controverse della storia economica e giudiziaria italiana, segnata da Tangentopoli e dall’inchiesta Mani Pulite, hanno ripercorso vicende che continuano ancora oggi ad alimentare il dibattito pubblico.
Le interviste rilasciate nel corso della serata hanno restituito uno sguardo diretto su anni che, a distanza di tempo, restano ancora oggetto di interpretazioni divergenti. Il 147esimo appuntamento del salotto letterario fondato da Nicola Ruocco ha così assunto fin dalle prime battute il tono di un confronto tra memoria, economia e storia contemporanea. Non una semplice presentazione di libri, ma il tentativo di restituire complessità a una stagione che continua a dividere letture e sensibilità.
Il racconto di una storia familiare e industriale
A segnare il passo della serata è stato soprattutto Carlo Sama, che ha spiegato le ragioni profonde che lo hanno spinto a scrivere La caduta di un impero. «Ho scritto questo libro per i miei nipoti – ha raccontato – perché conoscano la storia della nostra famiglia e non si lascino influenzare soltanto da quello che possono trovare su Internet. In Italia, quando si commette un crimine, e un crimine è stato commesso ai danni della famiglia Ferruzzi e del gruppo, spesso si finisce per distruggere anche l’immagine della vittima perché quel delitto appaia giustificabile».
Parole con cui Sama rivendica il carattere personale del volume: «È il racconto di chi quella storia l’ha vissuta. Il libro è stato pubblicato un anno fa, ha venduto molte copie e non ho mai ricevuto querele». Il racconto si è poi allargato alla storia del gruppo Ferruzzi, definito «il più grande trader del mondo» e uno dei principali attori europei nello zucchero. Una realtà industriale che, secondo Sama, ha rappresentato per anni un punto di riferimento internazionale nell’agroindustria.
Tra gli episodi richiamati, il progetto agricolo avviato alla fine degli anni Ottanta nei territori oggi al centro del conflitto tra Ucraina e Russia, dove il gruppo ottenne la gestione di circa cinquecentomila ettari di terreno. Un’iniziativa che, nelle parole di Sama, aveva anche una forte valenza geopolitica e una visione strategica di lungo periodo.
Un progetto industriale interrotto e una visione globale
Alla domanda su cosa sarebbe potuto diventare quel progetto, la risposta è netta: «Il gruppo Ferruzzi sarebbe oggi una delle più grandi multinazionali del mondo, soprattutto nel settore agro-industriale. Era un riferimento per l’agricoltura italiana, europea e internazionale. Aveva una visione che andava oltre il mercato».
Nel dialogo con Nicola Ruocco, Sama ha richiamato anche le figure di Serafino Ferruzzi e Raul Gardini, sottolineando come il progetto industriale sia stato interrotto proprio quando avrebbe potuto rappresentare un motore di sviluppo per il Paese.
Ha ricordato come Ferruzzi fosse diventato uno dei principali protagonisti dell’agroindustria mondiale e come il gruppo avesse una dimensione che andava ben oltre i confini nazionali.
Giovani, impresa e il valore della passione
Sul rapporto tra nuove generazioni e impresa, Sama ha affidato un messaggio diretto: «I giovani sono passione pura. La passione è la cosa più importante. È quello che ho sempre detto ai miei figli e che continuo a dire: seguite le vostre passioni, qualsiasi esse siano».
E nel finale: «Il mio sogno è vedere crescere bene i miei nipoti e poterli vedere coltivare le loro passioni. E, se potessi, riavvolgerei il nastro della vita per rivedere realizzato il progetto industriale che avevamo immaginato».
Cusani e il nodo irrisolto di Tangentopoli
Se Sama ha riportato al centro la vicenda imprenditoriale del gruppo Ferruzzi, Sergio Cusani ha ripercorso gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli attraverso il suo libro Il colpevole, nato da una profonda insoddisfazione per il modo in cui, a suo giudizio, quella stagione è stata raccontata. «Il pubblico ha seguito i teatrini, le sfilate, ma non il processo. La funzione del processo dovrebbe essere quella di insegnare qualcosa perché certi errori non si ripetano. Questo, secondo me, non è accaduto».
Cusani ha ricordato di aver scritto il libro dopo quello di Sama per «sistemare un po’ di cose» rimaste irrisolte nella narrazione della vicenda Enimont. «Mi era stato detto che non interessava analizzare, ma solo rispondere ai reati contestati. Ho vissuto quella stagione dall’interno e ho mantenuto intatta la mia persona».
Nel corso del confronto ha ribadito come il processo non sia stato compreso nella sua funzione maieutica, ma piuttosto raccontato attraverso i suoi aspetti più spettacolari. Sulle nuove generazioni ha osservato: «Leggono meno, ma sono interessate. Usano strumenti diversi, podcast e nuovi linguaggi».
E alla domanda su cosa ancora non sia stato compreso di Tangentopoli: «Tante cose. Serve ancora informazione seria, capace di andare oltre la superficie degli eventi e restituire la complessità di una stagione giudiziaria e politica che ha segnato profondamente il Paese».
Una stagione che continua a interrogare il Paese
Tra i passaggi evocati anche il rapporto con Serafino Ferruzzi e le dinamiche industriali e finanziarie che segnarono quegli anni, fino alla scalata a Montedison e alle trasformazioni profonde del sistema economico italiano.
Una stagione in cui industria, finanza e giustizia si sono intrecciate in modo indissolubile, lasciando una traccia che ancora oggi alimenta interpretazioni diverse e letture contrapposte. Quella fase storica, spesso ricondotta al solo paradigma di Tangentopoli, appare oggi come un passaggio più complesso e stratificato, nel quale si confrontano narrazioni giudiziarie, economiche e politiche che non hanno ancora trovato un punto di sintesi condiviso.
La verità come esercizio collettivo
A chiudere l’incontro è stato Nicola Ruocco, che ha richiamato il senso più profondo della rassegna: la ricerca della verità attraverso il confronto e l’ascolto delle diverse prospettive. «Non è semplice, ma con rigore e gentilezza si può arrivare a un frammento di verità», ha sottolineato, evidenziando il valore del dialogo come strumento per leggere la complessità del presente attraverso le testimonianze del passato.
Un concetto che ha idealmente sintetizzato l’intera serata: due percorsi diversi ma accomunati dalla volontà di riportare al centro il racconto diretto di una stagione che continua a interrogare il Paese, tra memoria individuale e memoria collettiva.

