Scioglimenti: le città ingovernabili e l’abdicazione dello Stato
IL CASO
21 luglio 2026
IL CASO

Scioglimenti: le città ingovernabili e l’abdicazione dello Stato

Il secondo, consecutivo, scioglimento per infiltrazioni camorristiche di Castellammare di Stabia e Torre Annunziata diventa un caso sul quale riflettere seriamente
Raffaele Schettino

Il destino di due città sorelle, unito in una straordinaria storia di resistenza antifascista e di conquiste sociali, ugualmente sospeso per anni tra la magnificenza archeologica e il declino industriale ed economico, si consuma oggi, sempre all’unisono, in un cerimoniale di mortificazione democratica che ha i contorni della fatalità greca.

Il secondo, consecutivo, scioglimento per infiltrazioni camorristiche di Castellammare di Stabia e Torre Annunziata va ben oltre la mera contingenza cronachistica, diventa un caso urgente sul quale riflettere seriamente per capire come, e se, fare un passo avanti nell’interesse della comunità e del territorio. In questo destino c’è dentro tutto e il contrario di tutto: ci sono le ingerenze della camorra, c’è la debolezza della politica, l’inadeguatezza dei suoi rappresentanti, c’è la mediocrità della classe dirigente, la demagogia, l’approssimazione, l’incompetenza, l’ipocrisia dei moralisti, l’opportunismo dei corvi, c’è una drammatica degenerazione culturale, ci sono visioni distorte della gestione della cosa pubblica, e, dobbiamo dircelo, c’è la manifestazione plastica di una crisi d’organo dello Stato.

Di fronte a questo baratro, evocare l’onestà specchiata dei sindaci mandati a casa con l’onta dello scioglimento, quali Luigi Vicinanza e Corrado Cuccurullo, al netto dei meriti e dei demeriti amministrativi, è doveroso e indiscutibile, ma rischia anche di ridursi a un pietoso velo di decenza steso su un corpo sociale in via di decomposizione. Sarebbe come dire: ne abbiamo sacrificati altri due, sotto ai prossimi. Senza capire i problemi da risolvere affinché non accada di nuovo.

A leggere gli eventi, davanti a due scioglimenti di fila, viene da pensare che Castellammare e Torre Annunziata siano città segnate da un destino nefasto: terre di camorra, e per questo da evitare come la peste. Ovviamente, non è così. E chi si indigna non solo fa bene, ma dimostra che esiste ancora un briciolo di coscienza e di voglia di riscatto.

Castellammare e Torre non sono città di camorra, sono città assediate dalla camorra e dal malaffare, il che è profondamente diverso. C’è una parte di questa comunità che vuole un futuro diverso, e a questa parte di comunità va tesa una mano. E ne vale la pena. Per ciò che queste terre state in passato, per quanto hanno subito e pagato, per la forza di resilienza che hanno saputo dimostrare con le proprie eccellenze. Noi stessi, che da 30 anni, ogni santo giorno, le raccontiamo, abbiamo scelto di mettere sullo stesso piano il bianco e il nero, per dire ai giovani che non c’è solo marcio, che c’è ancora spazio per credere nella rinascita. Che la camorra si può prendere a calci nel culo, che la competenza e la cultura sono ancora alimenti utili a nutrire speranze e ambizioni.

La verità è più complessa dei decreti di scioglimento che sono come macigni sul presente. La verità impone un’archeologia del disastro che investe il diritto, la sociologia del consenso e l’antropologia stessa del potere locale. E in questo processo siamo tutti chiamati in causa. Il primo nodo è squisitamente normativo. L’istituto dello scioglimento ex articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali si rivela una ghigliottina spuntata, un dispositivo monco che decapita la rappresentanza politica lasciando intatta la vera spina dorsale del potere municipale: la tecnostruttura.

I sindaci passano, travolti dall’onda del sospetto, ma la classe politica degenerata e la burocrazia di medio livello no, gli artisti della clientela e del baratto, i dirigenti e i funzionari che governano la micro-fisica degli appalti, delle concessioni e delle licenze rimangono saldamente ancorati ai loro posti e alle loro funzioni. E finché l’intervento bonificatore dello Stato non inciderà su questo livello profondo e permanente di gestione, recidendo i legami invisibili ma tenaci tra apparato tecnico, politica e sodalizi criminali, lo scioglimento rimarrà un’operazione cosmetica, una supplenza burocratica che congela e rimanda il problema, senza risolverlo mai. Addirittura uno strumento “alleato” della camorra dal momento che crea quel vuoto amministrativo dentro il quale il marcio prolifera e si rafforza. Questo vuoto regolatorio si innesta su una spaventosa desertificazione culturale della classe politica.

Negli ultimi decenni, a livello nazionale e a cascata sui territori, abbiamo assistito, anche per volere di una sinistra giustizialista e poco lungimirante, alla fine dei partiti intesi come agenzie di pedagogia civile e selezione etica e formativa, sostituiti da una nebulosa di liste civiche, da cartelli elettorali “ad personam” e da progetti che non hanno avuto nemmeno il sapore del compromesso storico, con la conseguenza che la Seconda Repubblica fa più schifo della Prima. In questo spazio deregolamentato, inevitabilmente, si è affermata una politica mediocre, priva di visione prospettica e priva di quel coraggio intellettuale che solo la solida competenza può conferire.

E a livello locale i Palazzi si sono riempiti di uomini e donne mediocri che nella politica con la “P” maiuscola sarebbero stati validi attacchini, autisti, ascensoristi e portaborse (non quelle piene di tangenti che ancora oggi sono sulla scena o dietro le quinte). Un danno incalcolabile, perché laddove regnano l’approssimazione demagogica e il populismo di fazione, le istituzioni arretrano e diventano strutturalmente deboli. E la fragilità amministrativa è il terreno di coltura ideale per la permeabilità criminale. Del resto la camorra non ha bisogno di assaltare palazzi forti, le basta occupare i vuoti lasciati da amministrazioni evaporanti, incapaci di produrre un solo disegno strategico di sviluppo urbano ed economico per il territorio.

Il consenso elettorale in queste latitudini si è così ridotto a un puro esercizio transazionale. E non saranno due scioglimenti di fila a cambiare questa situazione. A smantellare l’economia del “pacchetto di voti”, un meccanismo sociologico spietato in cui i grandi elettori radicati nei quartieri della marginalità e del disagio sociale, in qualche caso della criminalità, monetizzano il bisogno trasformandolo in preferenze bulgare per aspiranti consiglieri privi di ogni vocazione pubblica. Continuare a ignorare questa geografia del voto clientelare significa accettare una finzione democratica. Tutti sanno, forze dell’ordine, prefetture e procure incluse, che la vittoria di una coalizione viene decisa anche nei feudi dell’esclusione sociale, dove il controllo criminale del territorio si traduce in controllo del seggio.

Ed è qui che lo Stato perde la sua legittimità originaria, incapace di offrire un’alternativa di cittadinanza reale al welfare sostitutivo offerto dai clan. In questo scenario, addossare l’intero carico della resistenza antimafia sulle spalle di un sindaco è un atto di cinica irresponsabilità. Un primo cittadino non dispone di apparati di intelligence, né di forze di polizia; la sua arma, ammesso che funzioni per competenza e capacità programmatica della sua squadra di governo (spesso espressione disarmante e vuota di coalizioni senza alcuna agenda di pianificazione) è la programmazione, il risanamento urbanistico, la visione culturale.

E c’è un’altra verità amara che nascondiamo sotto il tappeto: se un pugno di famiglie criminali, per quanto armate e spietate, riesce a determinare per cinquant’anni la vita economica e sociale di una comunità così ampia, condizionando i destini socio-economici, non siamo di fronte al fallimento di un sindaco, ma all’abdicazione dello Stato.

A Torre Annunziata e Castellammare siamo arrivati a scrivere della quinta generazione di criminali, che potrebbero essere moscerini di fronte alla forza di un Paese che sceglie di credere davvero, e non per slogan, nello sviluppo di una terra con immense risorse economiche e civili. La verità che non possiamo cambiare è che le dinastie criminali hanno avuto la possibilità di inquinare il tessuto cittadino per decenni. Figli, nipoti, parenti, amici, compari, complici, prestanome, vittime diventate pedine. Ce ne sono ovunque e questo rende il tessuto sociale molto permeabile.

E in questo scenario bisogna affrontare seriamente il dibattito sulla scelta dei candidati imparentati o legati ad esponenti della criminalità senza cadere nell’ipocrisia di scaricare sulla politica o su un sindaco l’onere di filtri che non ha il potere giuridico di applicare. Allora, paradossalmente, o lo Stato codifica l’incandidabilità oggettiva basata su precisi vincoli di parentela, amicizia, precedenti di polizia e condanne, oppure non si può pretendere che un sindaco si sostituisca al codice penale. Ma l’impressione è che nulla cambierà. Che senza riforme strutturali, senza affrontare la selezione burocratica, la trasparenza delle liste e il risanamento economico di questi territori, Castellammare di Stabia e Torre Annunziata resteranno condannate a un’eterna ingovernabilità, laboratori di una democrazia sospesa dove lo Stato celebra, con cadenza geometrica, la propria solenne sconfitta.