Spesa per il welfare, città campane all’ultimo posto
POLITICHE SOCIALI
29 luglio 2026
POLITICHE SOCIALI

Spesa per il welfare, città campane all’ultimo posto

L'atto d'accusa della Cgil: "L'autonomia farà solo danni"
Vincenzo Lamberti

Le città capoluogo della Campania all’ultimo posto nella classifica della spesa pro capite dei Comuni per i servizi sociali alle cittadine e ai cittadini in condizioni di fragilità e per il welfare. A rivelarlo è uno studio dell’Area Stato Sociale della Cgil nazionale, su dati Istat riferiti al 2022. Caserta, con appena 37 euro di spesa pro capite, è al 105esimo posto sui 107 capoluoghi italiani, ultima tra i capoluoghi campani che, occupano comunque, le ultime posizioni della classifica. Meno del doppio dei fondi di Caserta, appena 60 euro, è la spesa del Comune di Avellino, che occupa la 101esima posizione. Appena dieci euro in posti, 71 euro, è la spesa pro capite del Comune di Benevento (95esimo posto). Nel capoluogo di regione, Napoli, la spesa è di 78 euro, che la posizionano al 91esimo posto. Chiude Salerno, con 81 euro di spesa pro capite, chiude all’89esimo posto in classifica. Nessuno dei Comuni capoluogo supera il tetto dei 100 euro. “Lo studio elaborato dall’Area Stato Sociale della Cgil Nazionale – dice il segretario generale Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci – fotografa chiaramente quelle che saranno le conseguenze che deriveranno dalla firma delle pre-intese tra alcune regioni del Nord e il Governo, che ha avuto il via libera del Parlamento la settimana scorsa. Le città del Sud già oggi pagano un prezzo altissimo in termini di risorse investite dallo Stato per la spesa sociale dei Comuni. Migliaia di cittadini e cittadine delle regioni del Mezzogiorno tagliati letteralmente fuori da servizi come asili, assistenza domiciliare per le persone disabili o non autosufficienti, anziani e famiglie fragili. Infine, – conclude Ricci – fa riflettere che, a fronte di una spesa totale di 10.9 miliardi euro, la media della Campania sia pari a 78 euro mentre quella del Nord è di 207 euro” dichiara con un riferimento nemmeno tanto velato alla questione dell’autonomia.

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Il dato nazionale.

“Se l’articolo 3 della Costituzione assicura il principio di uguaglianza sostanziale, i bilanci dei comuni italiani e i dati sulla spesa sociale raccontano un’altra storia: un sistema eccessivamente basato solo sulle risorse proprie degli enti locali, che sta allargando la forbice delle diseguaglianze nel Paese, lasciando indietro chi ha più bisogno di protezione: non solo persone povere, marginalizzate, disabili, anziane, non autosufficienti, migranti, minori e famiglie fragili, ma sempre più spesso anche chi ha bisogno di lavorare per vivere e un lavoro lo ha”. Così la segretaria confederale della CGIL Daniela Barbaresi a commento di quanto emerso dal report su “La spesa dei comuni per i servizi sociali” dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL nazionale, realizzato elaborando gli ultimi dati Istat. Nel 2022 la spesa dei comuni, singoli o associati, per i servizi sociali e socio-educativi è stata di 8,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono 1,2 miliardi di euro rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale e 812 milioni di compartecipazione degli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro di risorse impegnate. Al netto delle compartecipazioni degli utenti e del SSN, si tratta mediamente di 150 euro per abitante, con ampi e rilevanti divari tra le diverse realtà territoriali del Paese (vedi tabella e cartina allegate): si va da una spesa media per abitante di 607 euro nella PA di Bolzano a soli 18 euro medi nei comuni della provincia di Vibo Valentia. Diseguaglianze che si registrano anche in base alla dimensione dei comuni. La CGIL spiega che “la principale fonte di finanziamento della spesa per interventi e servizi sociali è rappresentata dalle risorse proprie dei comuni, che rappresentano la metà delle risorse complessive, a cui si aggiungono risorse regionali, nazionali o dall’UE” le parole dei vertici della Cgil.