Le storie immortali: perchè continuiamo a riscrivere gli stessi miti
L'ODISSEA DI NOLAN
31 luglio 2026
L'ODISSEA DI NOLAN

Le storie immortali: perchè continuiamo a riscrivere gli stessi miti

Dal nuovo film di Christopher Nolan dedicato all'Odissea ai romanzi contemporanei, il viaggio di Ulisse continua a ispirare scrittori, registi e artisti. Perché alcune storie non smettono mai di parlare all'uomo?
Alessandra Boccia

Ci sono storie che attraversano i secoli senza perdere la propria forza. Cambiano la lingua, i protagonisti assumono volti diversi, mutano gli strumenti con cui vengono raccontate, ma il loro significato resta sorprendentemente intatto.

È il destino dei grandi miti, quelli che sembrano appartenere a un tempo lontanissimo e che invece continuano a riaffiorare nel presente, come se ogni epoca avesse ancora bisogno di ascoltarli. L’arrivo nelle sale di The Odyssey, il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan, riporta l’attenzione su uno dei racconti fondativi della cultura occidentale. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un adattamento cinematografico dell’opera di Omero.

La vera domanda è un’altra: perché, dopo quasi tremila anni, continuiamo a raccontare la storia di Ulisse? Per quale ragione un poema nato nell’antica Grecia riesce ancora a dialogare con il pubblico del XXI secolo? La risposta probabilmente risiede nella natura stessa del mito.

A differenza della cronaca, che racconta ciò che accade, il mito racconta ciò che resta. Non descrive soltanto un evento, ma dà forma alle grandi domande che accompagnano ogni generazione: chi siamo, dove stiamo andando, cosa siamo disposti a perdere pur di raggiungere ciò che desideriamo. È per questo che i grandi racconti sopravvivono al tempo. Parlano dell’uomo molto più che del periodo storico in cui sono nati.

L’Odissea è il viaggio di un re che tenta di tornare a casa dopo una guerra. Ma è anche la storia di un uomo che affronta la paura, la nostalgia, il desiderio di conoscenza, la tentazione del potere e il peso delle proprie scelte. Ulisse attraversa il mare, incontra mostri, dèi e creature fantastiche, ma i suoi ostacoli più difficili sono spesso interiori. È costretto a scegliere, a rinunciare, a mettere continuamente in discussione se stesso. Ed è proprio questa dimensione profondamente umana che rende il personaggio ancora così attuale.

Diversamente dagli eroi invincibili, Ulisse non è definito dalla forza fisica. La sua arma è l’intelligenza, quella mètis celebrata dai Greci come capacità di adattarsi, trovare soluzioni impreviste e leggere la realtà oltre le apparenze. Vince più con l’ingegno che con la spada. Sa mentire quando è necessario, osservare prima di agire, aspettare il momento giusto. È un eroe imperfetto, e forse proprio per questo così vicino alla sensibilità contemporanea.

Ogni epoca, del resto, ha costruito il proprio Ulisse. La letteratura lo ha trasformato in simbolo della conoscenza, della curiosità e della continua ricerca di sé. Dante lo immagina spingersi oltre le Colonne d’Ercole, incapace di fermarsi davanti ai limiti del mondo conosciuto. James Joyce lo riporta nella Dublino del Novecento, dimostrando come anche una giornata qualunque possa diventare un viaggio straordinario.

Oggi è il cinema a raccogliere questa eredità, affidando a registi come Nolan il compito di reinterpretare un racconto che continua a generare nuove letture. Non è un caso che Hollywood stia tornando con sempre maggiore frequenza ai grandi classici. In un panorama dominato da sequel, remake e universi narrativi condivisi, il mito rappresenta una materia inesauribile. Non perché manchino idee nuove, ma perché alcune storie sembrano possedere una struttura capace di adattarsi a qualsiasi epoca.

Cambiano il linguaggio e gli effetti speciali, ma restano immutati i conflitti che mettono in scena: il rapporto tra destino e libertà, il desiderio di superare i propri limiti, il confronto con la perdita, la ricerca di un’identità. Ulisse continua a vivere proprio perché non appartiene esclusivamente al passato. Il suo viaggio è diventato una metafora universale. Ognuno, nella propria esperienza, attraversa mari sconosciuti, affronta deviazioni impreviste e rincorre una personale Itaca.

Il ritorno non coincide soltanto con un luogo geografico, ma con la possibilità di ritrovare se stessi dopo essere cambiati. È forse questa la ragione per cui il mito continua a esercitare un fascino così potente. In un mondo dominato dalla velocità delle informazioni e dalla continua ricerca della novità, le grandi narrazioni ricordano che alcune domande restano identiche, anche quando cambia il contesto storico. La tecnologia evolve, le società si trasformano, ma il bisogno di dare un significato al viaggio umano rimane immutato.

Il successo di opere come The Odyssey dimostra che il pubblico non cerca soltanto spettacolo. Cerca storie capaci di parlare delle proprie inquietudini, dei propri desideri e delle proprie paure. Dietro la spettacolarità del cinema contemporaneo, dietro la forza delle immagini e delle innovazioni tecnologiche, continua a esistere la necessità di riconoscersi in un racconto. Ed è proprio questa la straordinaria eredità lasciata da Omero.

L’Odissea non sopravvive perché appartiene al passato, ma perché continua a offrire strumenti per interpretare il presente. Ogni lettore, ogni spettatore e ogni generazione ritrovano in Ulisse qualcosa di diverso: il coraggio di partire, la fatica dell’attesa, la curiosità verso l’ignoto o il desiderio di tornare a casa. Forse è questo il segreto delle storie immortali. Non smettono mai di essere raccontate perché, in realtà, non parlano soltanto dei loro protagonisti. Parlano di noi. E finché l’uomo continuerà a interrogarsi sul proprio destino, ci sarà sempre qualcuno pronto a salpare verso Itaca, anche se quella meta, oggi, porta un nome diverso.

Così, ogni generazione ritrova nella figura di Ulisse lo specchio delle proprie sfide e paure, scoprendo che la vera meta del viaggio non è il semplice ritorno a casa, ma la consapevolezza maturata lungo il cammino. Un faro eterno e luminoso pronto a guidarci anche nei periodi più bui della storia.