«Uccidete Tommasino, deve essere una lezione per tutta la città». E’ l’ordine del boss Vincenzo D’Alessandro sussurato all’orecchio al suo…
CAMORRA
3 agosto 2026
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Castellammare | Delitto Tommasino, il pentito in aula: «Gino ucciso per 30mila euro»
Le rivelazioni in aula di Raffaele Polito.
«Dopo l’omicidio incontrai Salvatore Belviso in Toscana e mi disse che Gino Tommasino era stato ucciso perché al clan mancavano alcuni soldi delle estorsioni sugli appalti pubblici». È la dichiarazione di Raffaele Polito, ex killer del clan D’Alessandro e oggi collaboratore di giustizia, che aggiunge un nuovo tassello al processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Napoli sull’omicidio dell’ex consigliere comunale del Pd, assassinato il 3 febbraio 2009 sul viale Europa di Castellammare di Stabia.
Polito, che da anni vive in una località protetta e lavora per una multinazionale inglese, ha testimoniato lo scorso luglio nel procedimento che vede imputati i boss Vincenzo D’Alessandro e Sergio Mosca, accusati di essere i mandanti dell’agguato. Polito prese parte a quell’omicidio: era alla guida dello scooter sul quale viaggiava Renato Cavaliere, anche lui oggi pentito, indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio. «Quando abbiamo ucciso Tommasino non conoscevo il motivo dell’ordine ricevuto – ha raccontato in aula – Dopo il delitto lasciai Castellammare e trascorsi alcuni mesi in Toscana. Lì incontrai Salvatore Belviso, che mi spiegò come Tommasino fosse stato eliminato perché avrebbe trattenuto per sé parte del denaro proveniente dalle estorsioni sugli appalti pubblici».
Belviso, oggi collaboratore di giustizia, all’epoca era il reggente del gruppo di fuoco che agiva seguendo le direttive di D’Alessandro e Mosca. Le dichiarazioni di Polito coincidono con quelle rese ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia da un altro pentito, Pasquale Rapicano, che nei prossimi mesi sarà chiamato a confermarle in aula. Rapicano ha riferito di aver appreso in carcere che il delitto sarebbe stato deciso dopo un ammanco di circa 30 mila euro nella cassa del clan, somma della quale i vertici della cosca ritenevano responsabile Tommasino. Per la Dda, tuttavia, il movente non si esaurirebbe nell’ammanco di denaro.
Gli inquirenti ritengono che l’ex consigliere comunale, inizialmente considerato un politico vicino agli interessi del clan D’Alessandro, fosse divenuto nel tempo un elemento scomodo, tanto da essere ritenuto un nemico da eliminare perché, secondo l’accusa, «aveva speso il nome dei D’Alessandro per fini personali». A inasprire ulteriormente i rapporti avrebbe contribuito anche un altro episodio. Polito tentò un’estorsione ai danni di un pittore impegnato in alcuni lavori nel quartiere Scanzano.
L’artigiano, parente di Tommasino, si rivolse al politico chiedendogli di intervenire presso Sergio Mosca. Il boss ordinò così a Polito di rinunciare alla richiesta estorsiva. Successivamente, però, ai vertici del clan arrivò la voce – poi rivelatasi infondata – che il pittore avesse denunciato tutto alle forze dell’ordine. Un sospetto che, secondo la ricostruzione della Dda, contribuì ad alimentare la decisione di eliminare Tommasino.

