Acque trattate nei locali, il 54% non è a norma: il report choc dei NAS
Il bicchiere d’acqua che ordiniamo al bancone del bar o a tavola, in ristorante, potrebbe non essere così sicuro come immaginiamo. È quanto emerge da una vasta e capillare campagna di controlli condotta dai Carabinieri del NAS, in stretta sinergia con il Ministero della Salute, che ha acceso i riflettori sulla filiera dell’imbottigliamento e della somministrazione delle acque trattate. I numeri rilasciati al termine dell’operazione, che si è svolta nel corso del mese di luglio 2026 su tutto il territorio nazionale, disegnano un quadro preoccupante: oltre la metà delle attività ispezionate presenta irregolarità.
Entrando nel dettaglio dei dati ufficiali, le forze dell’ordine hanno eseguito 272 ispezioni a tappeto in Italia. Di queste, ben 147 situazioni sono risultate non conformi, toccando una soglia critica del 54% dei casi analizzati. Un dato, questo, che solleva interrogativi immediati sulla qualità della gestione e sulla trasparenza dei processi di trattamento dell’acqua nei pubblici esercizi. Le operazioni hanno portato alla segnalazione di 126 persone alle autorità competenti, tra profili amministrativi e sanitari, a causa di una sfilza di violazioni che, complessivamente, ha toccato quota 256.
La tipologia di infrazioni rilevate dagli ispettori è variegata, ma riflette criticità spesso sottovalutate nella quotidianità. Si va dal commercio di alimenti con segni mendaci — un’infrazione di natura penale che pone l’accento sulla frode al consumatore — alle numerose sanzioni amministrative legate alla vendita e alla somministrazione di prodotti non preimballati. Il cuore del problema sembra risiedere nella negligenza igienico-strutturale, nella mancanza di procedure standardizzate e nella carenza di autorizzazioni idonee. Complessivamente, le multe elevate ammontano a circa 175 mila euro.
Il bilancio non si ferma però alle sole sanzioni pecuniarie. La severità dei controlli ha portato al sequestro cautelativo di 2 mila litri di acqua potabile che non risultava correttamente filtrata, oltre a 7 attrezzature considerate non conformi agli standard minimi di sicurezza alimentare. In dieci casi, la situazione è stata giudicata così grave da imporre la sospensione immediata dell’attività commerciale: si tratta di aziende dove le carenze igienico-strutturali e autorizzative mettevano a rischio la salute pubblica, con un valore commerciale stimato dei locali coinvolti pari a circa 4,7 milioni di euro.
Questa operazione dei NAS non rappresenta solo una semplice azione di controllo, ma funge da campanello d’allarme per il settore della ristorazione e della somministrazione. Il consumatore, spesso ignaro dei processi che avvengono dietro il bancone, ripone piena fiducia nel servizio ricevuto. Tuttavia, quando mancano il rispetto delle norme igieniche e la corretta manutenzione degli impianti di filtrazione, il rischio per la salute dei clienti diventa reale. Il settore deve ora fare i conti con una vigilanza sempre più attenta, che mira a garantire che l’acqua offerta nei locali sia sicura, tracciata e, soprattutto, conforme ai rigidi parametri normativi stabiliti dal Ministero della Salute. Per i titolari delle attività, il messaggio è chiaro: l’attenzione alla sicurezza non è un optional, ma un pilastro imprescindibile della professionalità.

