La donna della rabbia: vent’anni dopo Oriana Fallaci sfugge ancora ai giudizi
Sulla lapide volle una parola sola. «Scrittore». Non giornalista. Non inviata. Non intervistatrice. Nemmeno “scrittrice”. Oriana Fallaci aveva trascorso una vita a sottrarsi alle definizioni e alla fine scelse da sola quella che avrebbe dovuto restare.
Ogni volta che si prova a rinchiuderla dentro un’immagine, qualcosa rimane fuori. Rimane fuori la ragazzina di quattordici anni che durante la Resistenza, con il nome di battaglia Emilia, portava messaggi e materiale clandestino per Giustizia e Libertà. Rimane fuori la giovane cronista che entra nella redazione del “Mattino dell’Italia centrale”, abbandona Medicina e sceglie il giornalismo. Rimane fuori la reporter del Vietnam. Quella ferita a Città del Messico. La donna che segue gli astronauti mentre il mondo guarda verso la Luna. L’intervistatrice che siede davanti ai potenti. E rimane fuori la scrittrice.
Fallaci non considerò mai il giornalismo il punto d’arrivo. Da bambina voleva scrivere libri. Nel 1975 pubblicò “Lettera a un bambino mai nato”. Una donna parla al figlio che porta dentro di sé, interroga lui e se stessa. Maternità, libertà, paura, responsabilità, vita e morte entrano nella stessa conversazione senza offrire una risposta definitiva.
Poi venne Alekos Panagulis. Fallaci lo incontrò ad Atene nel 1973, dopo la liberazione dal carcere. Aveva tentato di uccidere il dittatore Georgios Papadopoulos, era stato condannato a morte, torturato e imprigionato dal regime dei Colonnelli. Lei era arrivata per intervistarlo. Quell’incontro diventò una relazione durata fino alla morte di Panagulis, nel 1976, e poi un libro: “Un uomo”.
Nel Fondo Fallaci restano manoscritti, poesie composte durante la prigionia e carte che Oriana conservò trasformando quella storia privata in una storia per i lettori. Vita, giornalismo e letteratura tornano a confondersi. Fallaci continua a sfuggire alle categorie anche per questo: non teneva la propria esistenza a distanza da ciò che scriveva. Poi, lentamente, il rumore si attenua.
Dopo “Insciallah”, nel 1990, si concentra sul grande romanzo della propria famiglia. Ricerca documenti, ricostruisce genealogie. Vive soprattutto a New York e combatte contro il cancro che chiama «l’Alieno». Sta lavorando a quel libro quando arriva la mattina dell’11 settembre 2001. E qualcosa cambia.
New York non è soltanto la città dalla quale osserva l’attacco. È casa. Fallaci ci vive da decenni. Le Torri che bruciano entrano nella sua storia personale e interrompono il lungo silenzio nel quale si era ritirata. Il 29 settembre il “Corriere della Sera” pubblica un suo lunghissimo intervento: “La rabbia e l’orgoglio”. Fallaci torna. Ma la donna che torna sulla scena pubblica non provoca soltanto ammirazione.
Quell’articolo, diventato poco dopo un libro, apre una delle discussioni più violente della sua vita. Fallaci attacca il terrorismo islamista, ma il discorso si allarga all’Islam, all’immigrazione, all’Europa, all’identità dell’Occidente. Usa parole durissime. Milioni di lettori vi riconoscono qualcuno che, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, dice ciò che loro pensano e non osano dire. Altri vi leggono generalizzazioni, disprezzo e un’inaccettabile identificazione tra Islam e minaccia. La frattura non si ricomporrà più.
Arrivano “La forza della ragione” e “Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci”. Le polemiche attraversano giornali, televisioni, università, politica. La giornalista che aveva interrogato personaggi controversi è diventata lei stessa il personaggio sul quale prendere posizione. Anche questa storia è rimasta nel suo archivio. Fallaci conservava la rassegna stampa.
Oggi esistono volumi dedicati alle reazioni ai suoi libri e quindici volumi che raccolgono migliaia di messaggi arrivati nel 2002 attraverso “thankyouoriana. it”. Quindici volumi. Vent’anni dopo sarebbe troppo semplice scegliere una delle due Oriana. Quella da celebrare e quella da condannare. Perché Fallaci obbliga ancora a distinguere. Il coraggio dalla ragione. La provocazione dal pregiudizio. La libertà di parola dalla responsabilità delle parole. Oriana Fallaci morì a Firenze il 15 settembre 2006. Aveva voluto tornare nella città in cui era nata.
Vent’anni dopo possiamo ammirarla, contestarla, ritrovarci nelle sue parole oppure respingerle. Una cosa è molto più difficile. Restarle indifferenti.

