Il potere dall’altra parte del tavolo: il mestiere senza paura di Oriana Fallaci
OLTRE L'ETICHETTA
14 settembre 2026
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Il potere dall’altra parte del tavolo: il mestiere senza paura di Oriana Fallaci

Dai dossier preparatori ai nastri conservati nell'archivio, dal Vietnam a Khomeini: nelle carte emerge il rigore con cui costruiva ogni incontro e trasformava la preparazione in una forma di libertà
Alessandra Boccia

Sul tavolo ci sono fogli, ritagli di giornale, appunti. Domande scritte prima dell’incontro, nomi sottolineati, informazioni raccolte per sapere chi ci sarà dall’altra parte. Poi arriva il registratore. Soltanto dopo arriva l’intervista.

A vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, avvenuta il 15 settembre 2006, forse bisogna ripartire da qui. Non dalla fotografia più famosa o dalla frase diventata aforisma. Bisogna ripartire dal lavoro. Nell’archivio che conserva le sue carte sono rimasti i materiali preparatori delle interviste: fascicoli, ritagli, annotazioni, nastri, prime stesure. Per lo Scià di Persia esistono gli appunti manoscritti e il primo testo dattiloscritto. Per Khomeini, le pagine preparate prima dell’incontro di Qom. Di Henry Kissinger è rimasto persino un fascicolo sull’eco internazionale di quel colloquio.

Sono documenti che raccontano una Fallaci meno immediata di quella consegnata alla leggenda. Prima di provocare, studiava. Prima di interrompere, ascoltava. Prima di entrare nella stanza, cercava di sapere quanto più possibile sull’uomo che avrebbe trovato dentro. Le sue interviste non erano semplicemente una sequenza di domande e risposte. Erano incontri nei quali l’intervistatrice rifiutava di scomparire. Fallaci entrava nel testo con il proprio carattere e i propri giudizi. Non nascondeva il conflitto dietro una neutralità formale. Lo portava davanti al lettore.

Quando nel 1972 intervistò Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon e uno degli uomini più potenti d’America, il colloquio ebbe conseguenze che andarono molto oltre le pagine dell’«Europeo ». Ma Kissinger era soltanto uno dei nomi. Arafat, Giáp, lo Scià di Persia, Indira Gandhi, Golda Meir, Gheddafi.

Oriana Fallaci andava verso il potere, ma non per contemplarlo. Voleva costringerlo a parlare. Era arrivata a quel tavolo passando dalla guerra. Nel 1968 partì per il Vietnam come inviata dell’«Europeo». Tornò più volte, raccontando il fronte, i soldati e i civili senza costruire un racconto accomodante per nessuna delle due parti. Da quell’esperienza sarebbe nato “Niente e così sia”.

Nello stesso anno si trovò a Città del Messico durante la repressione di Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco. Venne colpita e ferita. Era andata per raccontare ciò che accadeva e finì dentro ciò che stava raccontando. Forse è anche lì una delle chiavi del suo giornalismo. Fallaci non osservava la Storia dalla porta. Entrava. Lo avrebbe fatto ancora con gli astronauti e la corsa alla Luna, con le guerre, le rivoluzioni e gli uomini che decidevano della vita di milioni di persone.

Nel settembre del 1979 quella stanza si trova a Qom, in Iran. La rivoluzione islamica ha rovesciato lo Scià e Ruhollah Khomeini è diventato il centro del nuovo potere. Fallaci vuole incontrarlo. Nell’archivio si conservano ancora gli appunti dattiloscritti preparati per l’intervista. Quando finalmente è davanti a Khomeini, indossa il chador richiesto per essere ammessa al colloquio. Parlano di rivoluzione, potere, libertà, pena di morte, donne. Fallaci insiste. Gli domanda perché le donne debbano nascondersi sotto quell’indumento e contesta la segregazione imposta dopo la rivoluzione. Khomeini le risponde che, se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla e aggiunge che il chador è destinato alle donne «giovani e perbene». A quel punto Oriana se lo toglie. È una delle scene più celebri del giornalismo contemporaneo e la rappresentazione quasi perfetta del suo metodo.

Dove finisce l’intervista e dove comincia il duello? Per Fallaci l’intervista non era una stenografia del potere. Era un confronto nel quale chi poneva le domande aveva il diritto di non diventare docile davanti all’autorità dell’interlocutore. Per questo nei suoi colloqui si avvertono ancora la stanza, le pause, l’irritazione provocata da una domanda.

L’archivio restituisce però ciò che la leggenda rischia di cancellare. La Fallaci diventata icona è quella del chador, delle domande aggressive, delle frasi taglienti. Quella che emerge dalle carte è anche una donna che accumula documentazione, registra, trascrive, corregge, riscrive. Perfino “Un uomo”, il libro dedicato ad Alekos Panagulis, conserva la fatica della costruzione.

Tra le versioni archiviate compare un titolo che non arriverà in copertina: “Fratello mio compagno del deserto”, poi “Fratello mio, compagno della solitudine”. Poche parole manoscritte che permettono di vedere il momento nel quale una scrittrice non ha ancora deciso quale sarà la forma definitiva della propria storia. È questo il privilegio di entrare, vent’anni dopo, nelle carte di Oriana Fallaci. Scoprire il lavoro dietro il personaggio. La reporter di guerra, l’intervistatrice temuta, la scrittrice capace di dividere milioni di lettori: immagini vere, ma insufficienti.

Prima di essere tutto questo, Oriana Fallaci era una giornalista che preparava una domanda. Oggi un’intervista può durare pochi minuti, diventare una clip, essere ridotta a una frase destinata ai social. Il giornalista rischia di trasformarsi nel tramite attraverso il quale passa un messaggio già preparato.

Le carte di Fallaci raccontano il contrario. Raccontano che prima dell’incontro bisogna conoscere. Che davanti al potere bisogna ascoltare, ma non obbedire. Che una domanda può essere preparata per giorni e pronunciata in pochi secondi.

Vent’anni dopo la sua morte, si può discutere quasi tutto di Oriana Fallaci: le idee, il carattere, le provocazioni, le battaglie, gli ultimi libri. Ma prima viene il mestiere. Un tavolo. Dei fogli. Un registratore. E qualcuno dall’altra parte che, per quanto potente, sa che quella donna non è arrivata fin lì per fargli una domanda facile.