La Pompei inquieta di Zuchtriegel tra fede e vecchi Dei
Pompei non sa che sta per morire. Nell’estate del 79 dopo Cristo le botteghe sono aperte, sui muri qualcuno continua a scrivere, nelle case si mangia, si ama, si prega. Si fanno affari, si discute di politica, si restaurano gli edifici danneggiati dal terremoto di diciassette anni prima.
Il Vesuvio è lì, ma la vita non ha ancora assunto la forma definitiva che le darà la cenere. Ed è proprio qui, prima dell’eruzione, che Gabriel Zuchtriegel invita a fermarsi. Non sulla città distrutta, ma su quella ancora viva. Non sui corpi immobilizzati dalla catastrofe, ma sugli uomini e sulle donne che abitavano quelle strade e cercavano, come gli uomini hanno sempre fatto, una risposta alle proprie paure. È stata questa la Pompei entrata mercoledì sera nel racconto del direttore del Parco archeologico durante la presentazione di “Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei”, il saggio pubblicato da Feltrinelli.
Un incontro promosso dal Rotary Club di Pompei, Torre Annunziata, Boscotrecase e Boscoreale, Ercolano, Torre del Greco e paesi Vesuviani e dal Lions Club e condotto da Nicola Ruocco, che con misura e grande padronanza ha accompagnato Zuchtriegel e il pubblico tra archeologia e religione, mito e storia. Perché la domanda che attraversa il libro è molto più grande dell’eruzione.
Che cosa accade quando le certezze sulle quali un mondo si è retto cominciano a non bastare più? Zuchtriegel parte dalle tracce. Pompei ne conserva una quantità quasi irripetibile: graffiti, oggetti, affreschi, luoghi di culto, case, botteghe, stanze degli schiavi.
Testimonianze che permettono di avvicinarsi non soltanto alle élite, ma a quella moltitudine che normalmente scompare dalla storia: poveri, lavoratori, schiavi, prostitute, persone delle quali non conosceremo mai il nome. Ed è dentro questa società che si apre una delle questioni più affascinanti affrontate durante l’incontro: c’erano cristiani a Pompei prima dell’eruzione? Le tracce esistono, ma l’archeologo deve fermarsi prima che l’ipotesi diventi certezza.
Segni e iscrizioni sono stati interpretati nel tempo come possibili indizi di una presenza cristiana. Il punto non è trasformarli nella prova definitiva di qualcosa che le fonti non consentono di affermare, ma comprendere il terreno nel quale una religione nuova poteva cominciare a trovare spazio.
Ed è qui che il racconto si allarga. Prima del cristianesimo c’è un universo popolato di Dèi. Gli antichi sacrificano, interrogano il divino, costruiscono templi, compiono riti. Religione, comunità e vita pubblica si intrecciano. Eppure dietro forme religiose tanto lontane dalle nostre rimane qualcosa di familiare. La paura. Il bisogno di protezione. La necessità di affidarsi a qualcuno quando ciò che accade supera la capacità dell’uomo di controllarlo.
Cambiano i nomi degli Dèi, cambiano i riti e le società. Resta la domanda: a chi ci affidiamo quando non bastiamo a noi stessi? La Pompei raccontata da Zuchtriegel vive sulla soglia di una trasformazione. I culti tradizionali sono ancora presenti, altre forme di spiritualità attraversano l’Impero e il cristianesimo comincia lentamente a diffondersi. Non è necessario immaginare una città già cristiana per cogliere il cambiamento. Basta guardare le sue incrinature.
Nel libro emerge una Pompei lontana dall’immagine elegante e immobile delle cartoline. Una città contraddittoria, nella quale convivono ricchezza e marginalità, raffinatezza e violenza, libertà e schiavitù. È anche in queste fratture che una nuova religione può trovare ascolto. Per uno schiavo, un povero, per chi occupa l’ultimo gradino della gerarchia sociale, la promessa di una dignità che non dipenda dalla propria condizione rappresenta un cambiamento profondo.
L’archeologia smette così di essere soltanto lo studio di ciò che è rimasto sotto terra. Diventa un esercizio sul dubbio. Zuchtriegel passa dai sacrifici greci ai culti romani, dalle tracce materiali alle domande religiose, dai miti alla condizione degli ultimi. Non costruisce una linea inevitabile dal paganesimo al cristianesimo: mostra quanto fosse complesso quel mondo nel momento in cui il Vesuvio lo interruppe. Perché noi conosciamo il finale. Loro no.
È questa la distanza più difficile da colmare quando guardiamo Pompei. Camminiamo nelle sue strade sapendo che arriverà l’eruzione. Ogni forno, ogni letto, ogni bicchiere rimasto su un tavolo sembra già appartenere alla tragedia. Per chi viveva lì, invece, era semplicemente un giorno. Ed è liberando Pompei dalla sua fine che il libro riesce a restituirle la vita. Il 79 dopo Cristo cade in un tempo nel quale il mondo romano sta cambiando e nuove domande spirituali cominciano a farsi strada.
L’eruzione congelerà quella città proprio mentre la trasformazione è in corso. Quasi duemila anni dopo continuiamo a scavare. Troviamo muri, oggetti, immagini, parole. Cerchiamo di capire in che cosa credessero quelle persone, che cosa temessero, a chi affidassero le proprie speranze. Ed è qui che Ruocco accompagna la serata verso la conclusione scegliendo di lasciare la parola al libro. Legge un passaggio e arriva a una frase che sembra raccogliere il senso dell’intero viaggio: «Noi siamo Pompei». Poche parole che accorciano quasi duemila anni di distanza. Abbiamo cambiato città, riti e divinità.
Conosciamo il finale che i pompeiani ignoravano. Ma restano il bisogno di credere, la paura della fine, la speranza che esista qualcosa a cui affidarsi quando le nostre certezze non bastano più. Pompei non sapeva che il suo mondo stava per finire. Forse è proprio per questo che, ancora oggi, riesce così bene a raccontare il nostro.

