Torre del Greco, una sigaretta negata dietro l’ultimo far west della movida: arrestato ventunenne
Torre del Greco. Solo 50 centimetri più in alto e la cronaca di una nuova notte di follia e violenza si sarebbe trasformata nell’ennesima tragedia di sangue all’ombra del Vesuvio.
Una richiesta banale, quasi di routine tra le strade della movida del fine settimana: «Hai da accendere?».
Il secco no, un accendino inceppato e una scintilla che – anziché accendere la Marlboro – fa esplodere l’orgoglio marcio del branco.
Poi la vendetta a colpi di pistola esplosi ad altezza d’uomo tra decine di ragazzi terrorizzati. Al termine di una settimana di indagini e accertamenti, la procura di Torre Annunziata ha chiuso il cerchio sull’inquietante sparatoria finita al centro dell’emergenza sicurezza a Torre del Greco.
I carabinieri della caserma Dante Iovino hanno eseguito e visto convalidare dal gip del palazzo di giustizia di via Nazionale un provvedimento di fermo di indiziato di delitto nei confronti di un ventunenne, ritenuto gravemente indiziato dei reati di tentato omicidio aggravato dai futili motivi, porto abusivo di arma clandestina con matricola abrasa e ricettazione.
Per il giovane si sono spalancate le porte del carcere di Poggioreale, mentre si lavora febbrilmente per identificare l’intero commando che ha scatenato l’inferno in via Guglielmo Marconi.
Dalla lite al Far West
I fatti risalgono alla notte tra sabato 12 e domenica 13 settembre. La cornice è quella consueta: via Guglielmo Marconi – cuore pulsante del divertimento notturno in zona Vesuviana – stipata di locali, bar e giovani giunti anche dalla vicina Ercolano.
Intorno alle 2.40 della notte, l’atmosfera goliardica e spensierata si frantuma in pochi istanti. Secondo la ricostruzione dagli investigatori, tutto avrebbe avuto inizio per un motivo di una banalità sconcertante.
Un giovane si sarebbe avvicinato a una ragazza presente nel gruppo dell’indagato per chiedere una cortesia: un accendino, perchè il suo si è guastato. Un gesto apparentemente innocuo.
Ma negli equilibri distorti e malati delle paranze giovanili, il gesto viene interpretato come un’intrusione e una mancanza di rispetto da punire con la forza. In pochi secondi scatta il branco.
Un gruppo di ragazzi si scaglia contro il malcapitato. Volano parole grosse, poi uno spintone, fino a un’aggressione brutale e corale ai danni del malcapitato di turno. Ma la spedizione punitiva non si ferma alle botte.
Il ventunenne ora arrestato avrebbe estratto una pistola semiautomatica con matricola abrasa e sparato all’impazzata tra la folla. Almeno cinque i colpi esplosi ad altezza d’uomo e capaci di scatenare un fuggi fuggi generale per cercare riparo nei portoni o dietro i tavolini dei bar per evitare le pallottole vaganti.
Il mistero dei due feriti
Nell’immediatezza dei fatti, la gravità del bilancio sembrava essersi fermata al ferimento di un innocente passante. Un giovane di 27 anni, del tutto estraneo alla rissa e alla lite, viene colpito al piede destro da una pallottola vagante mentre cammina a poca distanza dal locale pubblico.
Soccorso e accompagnato all’ospedale Maresca, viene medicato e dimesso con una prognosi di sette giorni.
Sull’asfalto i militari rinvengono tre bossoli calibro 9. Ma l’attività investigativa – partita immediatamente con l’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati coordinati dalla Procura – rivela uno scenario ben più drammatico e complesso.
Dalle riprese emerge chiaramente che la vendetta del 21enne non era indirizzata a terra o in aria a scopo intimidatorio, ma puntava dritta al petto e al corpo del ragazzo con cui era scoppiato il diverbio. Ma nessuno con ferite da arma da fuoco si è presentato al pronto soccorso dell’ospedale Maresca, oltre al 27enne colpito al piede. Scatta così una complessa attività di intelligence e di setaccio del territorio che permette agli uomini dell’Arma di risalire all’identità del vero bersaglio della sparatoria.
Rintracciato e condotto in caserma per essere ascoltato come persona informata sui fatti, il ragazzo tenta in un primo momento di negare tutto.
Tace, minimizza, afferma di non essere mai stato colpito da proiettili, terrorizzato da possibili ritorsioni o schiacciato da un distorto codice di omertà. Ma agli inquirenti non sfuggono i segnali fisici di una grave sofferenza in atto: il giovane è visibilmente pallido, ha conati di vomito, suda freddo ed è sull’orlo del collasso.
A quel punto scatta l’ispezione personale d’urgenza. I sospetti degli investigatori trovano una tragica conferma: il ragazzo presenta due fori all’altezza dell’inguine destro, un foro d’entrata e uno d’uscita provocati da un proiettile perforante.
Un’arteria sfiorata per millimetri. Il giovane viene immediatamente trasferito in ospedale per le cure del caso, scampando per un soffio alla morte.
Il blitz a casa dell’indagato
Forte di un quadro indiziario granitico, la Procura dispone una perquisizione d’urgenza presso l’abitazione del ventunenne del centro di Torre del Greco.
Il blitz dei carabinieri permette di rinvenire ed espropriare elementi decisivi: nascosti nell’appartamento vengono trovati gli indumenti ancora intrisi dell’odore di polvere da sparo indossati durante il raid di via Marconi e, soprattutto, l’arma del delitto.
Si tratta di una pistola con matricola abrasa, dunque clandestina, utilizzata per il raid. Di fronte alle evidenze e messo alle strette nel corso dell’interrogatorio, il 21enne ha rilasciato spontanee dichiarazioni ammettendo di aver premuto il grilletto e di aver sparato quella notte in via Marconi, provando tuttavia a difendersi e ridimensionare la propria posizione sostenendo di non aver mai avuto l’intenzione di uccidere nessuno.
Una versione che non ha convinto né la Procura di Torre Annunziata né il GIP, che ha convalidato la misura della custodia cautelare in carcere.
Per il giovane resta ferma la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva, ma le accuse formulatagli sono pesantissime: tentato omicidio aggravato dai futili motivi, porto di arma clandestina e ricettazione.
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