INCONTRI DI VALORE
20 settembre 2026
INCONTRI DI VALORE

Catena Fiorello, i luoghi che curano e le storie che restano: «Continuo i cunti di mia nonna con i miei libri»

Ospite di Nicola Ruocco a “Incontri di Valore”, la scrittrice presenta “Serenata salentina” e racconta il legame con il Salento, le radici e la memoria: «Senza passato toglieremmo metà del senso della nostra esistenza. Un bell'involucro senza contenuti non dice niente»
Alessandra Boccia

Ci sono luoghi che attraversiamo e altri che, senza quasi accorgercene, finiscono per attraversare noi. Restano addosso, cambiano un umore, riaprono una memoria. Qualche volta riescono perfino a rimettere insieme ciò che sembrava essersi spezzato.

Catena Fiorello li chiama «luoghi che curano». E per raccontare il suo ultimo romanzo, “Serenata salentina”, parte proprio da qui. Dal Salento, che nel libro non è uno scenario sul quale far muovere i personaggi, ma uno dei personaggi. «Senza il Salento non sarei riuscita a raccontare come i luoghi riescono a incidere nei nostri stati d’animo», racconta la scrittrice ospite all’Habita79 di Pompei nell’ambito di “Incontri di Valore”, la rassegna ideata e condotta da Nicola Ruocco.

Il romanzo, pubblicato da Rizzoli, comincia da cinque donne e dalle loro ferite. Gabriella ha quarantadue anni, un matrimonio tradito e una casa improvvisamente vuota. Su una panchina incontra altre esistenze che, per ragioni differenti, si sono fermate. Da quell’incontro nascerà un viaggio verso il Salento e un’alleanza inattesa. Ma durante la conversazione Fiorello porta il libro oltre la trama.

Parla del potere che alcuni luoghi hanno di restituirci qualcosa che avevamo perduto. «Mi è sempre piaciuta l’idea di raccontare un posto e fare innamorare il lettore come se fosse lì», spiega. Poi sorride quando trova una definizione per sé: «Sono una guida turistica e sentimentale».

Una guida che non consiglia soltanto una destinazione. Le piacerebbe immaginare che qualcuno possa arrivare alle sue pagine in un momento difficile e trovarvi anche un luogo nel quale respirare. Perché il Salento che racconta non coincide soltanto con il mare delle vacanze. Ci sono la campagna, i piccoli centri, i territori meno frequentati, la Grecìa salentina, dove sopravvive il grico, lingua antica nella quale affondano anche le radici del titolo del romanzo.

“Serenata salentina”, infatti, avrebbe dovuto chiamarsi “Kalinifta”. È il titolo di un’antica serenata in grico, scritta da Vito Domenico Palumbo alla fine dell’Ottocento e destinata a entrare anche nella storia narrata da Fiorello. L’autrice aveva inizialmente pensato di lasciare quel nome sulla copertina, poi ha temuto di mettere in difficoltà chi avrebbe dovuto chiederlo in libreria. È diventato così “Serenata salentina”.

Il titolo è cambiato. Il legame con ciò che viene da lontano è rimasto. Ed è forse qui che la conversazione  trova il suo passaggio più intimo. Perché nei libri di Catena Fiorello il presente raramente cammina da solo. Dietro ci sono famiglie, parole, tradizioni, persone che non ci sono più ma continuano in qualche modo a parlarci.

Che cosa perdiamo, allora, quando spezziamo il filo con il passato? «È come se togliessimo il cinquanta per cento del senso della nostra esistenza», risponde. Senza radici rischiamo di diventare un involucro: «È come mettersi un bel vestito e poi, quando qualcuno ci rivolge la parola, essere vuoti. Un involucro bello non dice niente». È una risposta che dice molto anche della sua scrittura.

Per Fiorello la memoria non è nostalgia. Non è il tentativo di conservare intatto ciò che è stato. È materiale vivo, qualcosa che passa da una generazione all’altra trasformandosi ogni volta che qualcuno decide di raccontarlo ancora.

E quando le viene chiesto che cosa del proprio passato non vorrebbe mai abbandonare, non ha dubbi. «I cunti». La parola porta immediatamente in Sicilia. Sono i racconti della tradizione orale, storie vere e inventate che per generazioni hanno riempito cucine, cortili, pomeriggi e sere. Racconti nei quali il confine tra ciò che era realmente accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere importava molto meno della capacità di incantare chi ascoltava.

Fiorello ricorda Giufà, il personaggio popolare che ha accompagnato l’infanzia di tanti bambini siciliani. Ma soprattutto ricorda sua nonna. I suoi cunti avevano per protagoniste persino le donne del quartiere. Donne comuni che, attraversando la fantasia della narratrice, diventavano eroine. «Non credo facessero tutte le cose che lei mi raccontava. Tra un po’ le faceva pure volare», dice divertita. Eppure funzionava. Perché una storia non aveva bisogno di essere completamente vera per contenere una verità. Bastava il modo in cui veniva raccontata, la voce capace di tenere insieme chi ascoltava, quel tempo condiviso nel quale una donna del quartiere poteva trasformarsi per qualche minuto in qualcuno capace di imprese straordinarie.

È forse lì, molto prima dei romanzi e delle librerie, che nasce una parte della scrittrice. «Io non potrei mai rinunciare ai cunti. E infatti continuo la tradizione contando con i miei libri».

La frase arriva quasi naturalmente, ma contiene una dichiarazione poetica precisa. Scrivere significa continuare a raccontare. Cambiano il mezzo, la lingua, i personaggi. Al posto delle sere trascorse ad ascoltare una nonna ci sono le pagine di un romanzo. Ma il gesto originario rimane sorprendentemente simile: prendere una vita, una ferita, un luogo e consegnarli a qualcun altro attraverso una storia. Anche “Serenata salentina” nasce così. Cinque donne partono portandosi dietro solitudini diverse e arrivano in una terra capace di spostare qualcosa dentro di loro.

Il Salento non risolve magicamente le loro vite: offre piuttosto lo spazio nel quale possono guardarle diversamente. È il paesaggio che accompagna il cambiamento, mentre l’amicizia femminile diventa incontro, attrito, possibilità di ricominciare. La stessa autrice ha spiegato che nel romanzo la sorellanza non è soltanto conforto: significa anche ascoltare verità scomode e imparare a guardarsi senza alibi. E allora il viaggio raccontato da Catena Fiorello finisce per avere due direzioni. Una porta verso un luogo nuovo. L’altra riporta indietro. Alla lingua antica di una serenata. Alla Sicilia. Alle donne del quartiere trasformate in eroine. Alla voce di una nonna. A quei racconti ascoltati da bambina che, senza saperlo, stavano già insegnandole il mestiere che avrebbe scelto da adulta.

Forse è questo che fanno davvero i luoghi che curano. Non cancellano quello che siamo stati. Ci aiutano a ritrovarlo.