Torre Annunziata, caccia a Valentino Gionta jr: i retroscena dell’inchiesta
Clan e violenza
5 ottobre 2026
Clan e violenza

Torre Annunziata, caccia a Valentino Gionta jr: i retroscena dell’inchiesta

Nove indagati nell’inchiesta nata dalla rissa al Maximall. Il figlio di Aldo Gionta è ancora ricercato: nel 2014 fu catturato in una botola
Metropolis

Una rissa al Maximall, le minacce a un bar e poi i colpi di pistola contro una casa. Ma nell’inchiesta che ricostruisce quella escalation c’è anche un altro elemento centrale: Valentino Gionta, destinatario della misura cautelare in carcere, ad oggi non è stato rintracciato. La polizia è sulle sue tracce. Per l’esponente della famiglia Gionta, nipote dello storico capostipite del gruppo criminale, si apre così una seconda latitanza.

Al centro dell’inchiesta del Tribunale di Napoli ci sono nove indagati. Sono Jonathan Falanga, Salvatore Iovene, Salvatore Malvone – legati al gruppo del Penniniello – Vincenzo Di Salvatore detto “Amocace” e Vincenzo Della Ragione detto “’o nzertat”. Con loro figurano Luigi Sperandeo detto “Luigi ’o russ”, Valentino Gionta, Ernesto Gionta e Marco Scognamiglio. Questi, invece, appartenenti alla famiglia dei Valentini.

La vicenda parte da uno scontro violentissimo nel centro commerciale Maximall di Torre Annunziata. Secondo la Procura, in una ricostruzione accolta in larga parte dal giudice, lo scontro si trasforma in una catena di ritorsioni e intimidazioni. Sullo sfondo, per gli inquirenti, c’è la contrapposizione tra il clan Gionta e il gruppo del rione Penniniello, indicato anche come “IV Sistema”.

Torre Annunziata, Valentino Gionta di nuovo ricercato

La posizione di Valentino Gionta assume un peso particolare anche per la sua storia. È figlio di Aldo Gionta e nipote di Valentino Gionta, storico fondatore e capo dell’omonimo clan di Torre Annunziata. La misura cautelare disposta nei suoi confronti non risulta al momento eseguita e gli investigatori lo stanno cercando.

Non è la prima volta che si sottrae a un provvedimento giudiziario. Nel 2014 era rimasto latitante per circa cinque mesi, dopo essere sfuggito nel giugno di quell’anno a un’ordinanza di custodia cautelare. All’epoca era ricercato per associazione mafiosa, estorsione e reati in materia di armi.

La fuga terminò il 27 novembre 2014. I carabinieri lo individuarono in un appartamento del rione Provolera, a Torre Annunziata. Era nascosto in una botola ricavata nelle pareti dell’abitazione. Quando fu circondato dai militari si arrese senza opporre resistenza. In quella fase veniva indicato dagli investigatori come reggente dell’omonimo clan.

Pochi mesi prima era stato arrestato anche suo padre Aldo. I carabinieri lo avevano fermato nell’agosto 2014 a Pozzallo, nel Ragusano, mentre stava per imbarcarsi su un aliscafo diretto a Malta. Anche Aldo Gionta era allora ricercato per associazione mafiosa.

La nuova irreperibilità di Valentino Gionta si inserisce ora nell’inchiesta nata dagli episodi del maggio 2025. È destinatario del carcere per le contestazioni relative alle pressioni sul bar del cognato di Iovene. Al momento, però, la misura nei suoi confronti non è stata eseguita..

La rissa al Maximall e i due fronti

Il primo episodio contestato riguarda la rissa del 19 maggio 2025. Falanga, Iovene, Malvone, Di Salvatore e Della Ragione sono accusati di aver partecipato allo scontro, insieme a un minorenne vicino ai gruppo del Penniniello.

Per gli inquirenti non sarebbe stata una semplice lite degenerata. Il confronto sarebbe avvenuto in un luogo pubblico, davanti ai clienti e nonostante l’intervento della vigilanza. Le modalità vengono considerate dagli investigatori espressive di forza e intimidazione.

L’ordinanza distingue anche i due fronti che si sarebbero contrapposti. Di Salvatore e Della Ragione vengono indicati come vicini al clan Gionta. Falanga, Iovene e Malvone sono invece collocati nell’area del Penniniello, in particolare del cosiddetto IV Sistema.

Durante quella rissa, secondo l’accusa, Malvone avrebbe colpito più volte Di Salvatore alla bocca, dopo che questi avrebbe immobilizzato e schiaffeggiato il minorenne presente.

Nella concitazione sarebbero stati usati come armi improprie anche elementi dell’arredo e degli espositori del negozio Nike. Quegli oggetti sarebbero stati danneggiati per colpire gli avversari.

Sempre durante lo scontro, Falanga, Iovene e Malvone, insieme al minorenne, avrebbero colpito Della Ragione. Gli avrebbero anche sottratto un paio di scarpe Nike appena acquistate.

È da questo momento che, nella lettura del gip, la vicenda supera i confini della rissa. Le tensioni si spostano fuori dal centro commerciale e coinvolgono altri luoghi e altri protagonisti.

Le pressioni su un bar legato a Iovene

Nelle ore e nei giorni successivi entra in scena il bar gestito dal cognato di Salvatore Iovene. Secondo l’ordinanza, Di Salvatore, Valentino Gionta e Marco Scognamiglio si sarebbero presentati nel locale insieme ad altre persone non identificate.

Il gestore sarebbe stato schiaffeggiato, colpito con un casco e costretto a chiudere. Per gli investigatori quell’azione avrebbe avuto un significato preciso. Sarebbe servita a riaffermare il peso del gruppo vicino ai Gionta dopo l’esito della rissa al Maximall. In quello scontro Di Salvatore e Della Ragione avrebbero avuto la peggio.

Il fascicolo ricostruisce anche un episodio precedente, risalente alle settimane prima della rissa. Valentino Gionta e Scognamiglio, sempre insieme ad altre persone non identificate, si sarebbero presentati nello stesso bar. Avrebbero schiaffeggiato il gestore e gli avrebbero imposto di chiudere l’attività.

A dare profondità alla ricostruzione sono soprattutto le intercettazioni e le immagini del centro commerciale. A queste si aggiungono i racconti registrati dopo la rissa.

Le conversazioni attribuite in particolare a Salvatore Malvone vengono usate dagli investigatori per ricostruire colpi, inseguimenti, presenze e reazioni. I filmati del Maximall consentono invece di seguire gli spostamenti tra i corridoi e l’area del negozio Nike.

Le fotografie inserite nell’ordinanza documentano inoltre le conseguenze fisiche riportate da alcuni protagonisti. Il gip incrocia questi elementi per stabilire chi fosse presente. Li utilizza anche per ricostruire il clima maturato subito dopo lo scontro.

Gli spari del giorno dopo

Il passaggio più grave arriva il 20 maggio 2025, appena ventiquattro ore dopo la rissa. Di Salvatore, Della Ragione, Sperandeo, Ernesto Gionta e Scognamiglio sono accusati di essersi mossi su diversi motocicli.

Avrebbero percorso le strade del centro di Torre Annunziata fino all’abitazione del padre del minorenne coinvolto nella rissa, in via Collinetta.

Una volta arrivati, secondo l’accusa, Della Ragione e Di Salvatore avrebbero esploso diversi colpi di pistola in strada. L’obiettivo sarebbe stato quello di intimidire.

Il gip collega direttamente il movente all’episodio del Maximall. L’azione sarebbe stata una ritorsione per l’aggressione subita il giorno precedente da Di Salvatore e Della Ragione. A quella aggressione aveva partecipato anche il minorenne.

Agli stessi indagati viene contestato di avere portato con sé più armi da fuoco durante il tragitto. Quelle pistole sarebbero state detenute illegalmente. L’accusa non riguarda quindi soltanto gli spari contro l’abitazione.

Riguarda anche il fatto di essersi mossi armati per eseguire il raid. Gli investigatori contestano inoltre la disponibilità delle pistole senza titolo.

A ricostruire quella mattinata sono soprattutto le telecamere. Il fascicolo segue scooter e motocicli lungo le vie di Torre Annunziata. Gli investigatori confrontano orari, direzioni di marcia, abbigliamento e caratteristiche dei mezzi.

Le immagini vengono incrociate con i controlli di polizia effettuati nei mesi precedenti. Vengono confrontate anche con i soggetti che, secondo gli investigatori, utilizzavano abitualmente quei veicoli.

Le riprese mostrano passaggi tra corso Vittorio Emanuele, via Sambuco e le strade dirette verso la zona dell’abitazione presa di mira. L’ordinanza dedica numerose pagine agli Honda SH, ai Piaggio Beverly e agli altri scooter individuati.

Vengono ricostruite intestazioni, disponibilità e precedenti controlli con gli indagati a bordo. Nella sequenza vengono identificati, a vario titolo, Della Ragione, Ernesto Gionta, Scognamiglio e Di Salvatore.

Particolare attenzione viene riservata anche a un passaggio davanti all’abitazione di Luigi Sperandeo, situata in una strada cieca. Secondo la polizia giudiziaria, alcuni motocicli sarebbero arrivati fino a quel punto. Si sarebbero fermati e sarebbero poi ripartiti.

La circostanza viene valorizzata come possibile elemento di coordinamento. Gli accertamenti proseguono poi sui mezzi, sugli utilizzatori e sui residui da sparo.

Il gip legge questi dati insieme al resto del materiale raccolto. Tra gli elementi figurano filmati, frequentazioni, precedenti controlli e sequenza dei movimenti.

È la convergenza di più riscontri a sostenere, secondo il giudice, la gravità del quadro indiziario. Tra questi figurano intercettazioni, videosorveglianza, riconoscimenti della polizia giudiziaria, rapporti familiari, mezzi utilizzati e accertamenti tecnici.

Il retroscena delineato dall’ordinanza è quello di un conflitto partito tra le vetrine di un centro commerciale affollato. Secondo il gip, la tensione si sarebbe rapidamente spostata fuori. Prima avrebbe raggiunto il bar del cognato di Iovene, poi la casa del padre del minorenne coinvolto nella rissa.

Da una parte ci sono i soggetti collocati dagli investigatori nell’area del Penniniello-IV Sistema. Dall’altra, uomini indicati come vicini ai Gionta. Nel mezzo, una sequenza di aggressioni e ritorsioni considerate collegate dal giudice.

Le misure cauterlari

Nel dispositivo del 22 settembre 2026 viene ordinata la custodia cautelare in carcere per Jonathan Falanga, Salvatore Iovene e Salvatore Malvone. La stessa misura riguarda Vincenzo Di Salvatore, Vincenzo Della Ragione, Luigi Sperandeo e Valentino Gionta.

Per Ernesto Gionta e Marco Scognamiglio vengono invece disposti gli arresti domiciliari. Per loro è previsto il divieto di comunicare con persone diverse dai conviventi o da chi li assiste. Il giudice respinge inoltre una parte delle richieste cautelari relative ad alcune contestazioni rivolte a Falanga e Iovene.

La posizione di Valentino Gionta resta però diversa dalle altre. Il provvedimento di custodia in carcere non è stato ancora eseguito perché risulta non reperibile. Dodici anni dopo la latitanza conclusa nella botola del rione Provolera, il suo nome torna così al centro delle ricerche delle forze dell’ordine.

Restano accuse formulate in una fase ancora cautelare e destinate al vaglio delle successive fasi processuali. La sequenza ricostruita nell’ordinanza parte dalla rissa del Maximall e passa per le pressioni sul bar del cognato di Iovene. Arriva infine agli spari del giorno dopo, mentre Valentino Gionta resta ancora da rintracciare.