Ada Lovelace, la donna che immaginò i computer prima che esistessero
ADA LOVELACE DAY
12 ottobre 2026
ADA LOVELACE DAY

Ada Lovelace, la donna che immaginò i computer prima che esistessero

Figlia del poeta Lord Byron, matematica per vocazione e visionaria per intuizione, nell’Ottocento comprese che una macchina avrebbe potuto fare molto più che eseguire calcoli. La sua storia anticipa una delle grandi trasformazioni del nostro tempo
Alessandra Boccia

Il computer non esisteva ancora eppure, quasi due secoli fa, una donna immaginò che una macchina potesse fare qualcosa di molto più ambizioso che risolvere un problema matematico. Era Ada Lovelace, nata a Londra il 10 dicembre 1815, figlia del poeta George Byron, passato alla storia come Lord Byron, e di Anne Isabella Milbanke, donna colta e appassionata di matematica. Il padre lasciò la Gran Bretagna quando Ada era ancora piccolissima e morì senza aver costruito con lei un vero rapporto. La madre, che temeva l’influenza del temperamento poetico e inquieto del marito, incoraggiò la figlia ad un’educazione fondata sulla disciplina, sul ragionamento e sulle scienze.

Il risultato fu una formazione insolita per una ragazza dell’Inghilterra vittoriana. Ada studiò matematica, geometria e logica con insegnanti privati. Tra le figure che contribuirono alla sua educazione ci fu Mary Somerville, scienziata e divulgatrice che la introdusse a un ambiente intellettuale nel quale le donne erano ancora una presenza rara. Ada, però, non era interessata soltanto ai numeri.

La sua curiosità attraversava discipline diverse: si appassionava alle macchine, osservava le nuove invenzioni e cercava di capire come potessero funzionare. Nelle sue lettere emerge una mente che non separava rigidamente immaginazione e rigore scientifico. Era proprio la capacità di far dialogare questi due mondi a renderla particolare.

Nel 1833, quando era ancora adolescente, incontrò Charles Babbage, matematico e inventore impegnato nella progettazione di macchine capaci di automatizzare i calcoli. Babbage lavorava a un dispositivo meccanico chiamato Macchina Differenziale, pensato per produrre tabelle matematiche riducendo gli errori umani. Ada ne rimase affascinata. Ma l’incontro più importante sarebbe arrivato dalla macchina successiva, un progetto ancora più ambizioso: la Macchina Analitica.

Babbage immaginava un apparato composto da ingranaggi, ruote e meccanismi in grado di eseguire operazioni seguendo istruzioni. Il progetto prevedeva una sorta di memoria per conservare i numeri e un’unità dedicata ai calcoli. Le istruzioni avrebbero potuto essere introdotte attraverso schede perforate, una tecnologia che aveva già trovato applicazione nei telai meccanici. La macchina, se fosse stata realizzata integralmente, avrebbe rappresentato un salto straordinario rispetto agli strumenti di calcolo disponibili.

Non era ancora un computer moderno: era un progetto meccanico, complesso e mai completato durante la vita del suo ideatore. Ma proprio attorno a quell’idea Ada sviluppò la sua intuizione più importante. Il valore della macchina non dipendeva soltanto dalla velocità con cui avrebbe potuto eseguire un’operazione. Dipendeva dalla possibilità di impartirle istruzioni diverse, modificando il problema da affrontare senza dover reinventare ogni volta l’intero dispositivo.

Nel 1842 Ada entrò in contatto con un testo dell’ingegnere italiano Luigi Federico Menabrea, che aveva descritto la Macchina Analitica dopo aver ascoltato Babbage a Torino. Le fu affidata la traduzione in inglese. Ma Ada non si limitò a tradurre: aggiunse una serie di note così estese da superare il testo originario. Furono pubblicate nel 1843 e sono diventate il documento più importante della sua eredità scientifica.

In quelle pagine spiegò il funzionamento teorico della macchina, ne illustrò le potenzialità e descrisse una sequenza di istruzioni per calcolare i numeri di Bernoulli. Per questo il suo nome viene spesso associato alla nascita della programmazione. La definizione richiede alcune precisazioni storiche, perché Babbage aveva già elaborato schemi di calcolo e il contributo dei due studiosi è stato oggetto di discussione.

Resta il fatto che le note di Ada offrirono una delle prime descrizioni pubblicate di un algoritmo destinato a una macchina programmabile. La sua intuizione andava, però, oltre quell’esempio. Una macchina del genere, scrisse in sostanza, avrebbe potuto elaborare qualunque cosa fosse traducibile in simboli e regole.

Il calcolo non era più soltanto il fine: diventava un linguaggio attraverso il quale rappresentare informazioni differenti. È qui che Ada sembra parlare direttamente al presente. Oggi siamo abituati a usare dispositivi che elaborano testi, immagini, voci, dati scientifici e sequenze musicali. La sua Macchina Analitica non poteva farlo nella realtà, ma il ragionamento anticipava il principio di una macchina generalista: non costruita per una sola operazione, bensì capace di eseguire procedure differenti sulla base delle istruzioni ricevute.

La vita di Ada non fu lunga. Si sposò nel 1835 con William King, che sarebbe diventato conte di Lovelace, ebbe tre figli e continuò a coltivare interessi scientifici in un equilibrio spesso difficile tra famiglia, salute e studio. Morì il 27 novembre 1852, a soli 36 anni.

Il suo lavoro non ricevette subito il riconoscimento che avrebbe meritato e la sua figura sarebbe stata riscoperta soprattutto con lo sviluppo dell’informatica nel Novecento. A renderla interessante oggi non è soltanto l’aver intuito qualcosa che sarebbe arrivato molto più tardi.

È il modo in cui riuscì a guardare oltre la macchina concreta che aveva davanti. Babbage progettava un dispositivo; Ada si interrogava su ciò che un dispositivo simile avrebbe potuto diventare. Uno studiava i meccanismi, l’altra cercava di comprendere le possibilità di quei meccanismi. Ada trasformò la curiosità in metodo e il metodo in immaginazione.

Vide, con quasi un secolo di anticipo, una parte della sua idea. La sua storia ci ricorda che le rivoluzioni tecnologiche, a volte, cominciano con una domanda: cosa potremmo fare se insegnassimo le macchine a pensare?