“Saccheggiamo il lusso e godiamo”: la resa della politica e il cortocircuito delle piazze
LA POLVERIERA
22 ottobre 2026
LA POLVERIERA

“Saccheggiamo il lusso e godiamo”: la resa della politica e il cortocircuito delle piazze

Dalla deindustrializzazione alla finanza sfrenata, la rottura dell'ascensore sociale alimenta una rabbia che oscilla tra vera disperazione economica e pericolose degenerazioni ideologiche.
Raffaele Schettino

La storia non insegna nulla a chi si rifiuta di studiarla. Per decenni sono risuonati inascoltati i campanelli d’allarme che segnalavano il progressivo accumularsi delle tensioni sociali, ignorati da una classe politica incapace di cogliere i segnali di una frattura imminente. Oggi, quelle tensioni sotterranee sono esplose nelle piazze.
Le recenti proteste contro il carovita che stanno infiammando città come Milano e Torino e il blocco dei TIR promosso dagli autotrasportatori esasperati dai prezzi del carburante, ne sono la dimostrazione plastica.

Se è quasi naturale sostenere le ragioni della protesta che ha messo in fila migliaia di TIR nel Mezzogiorno, nonostante i disagi “collaterali”, se è altrettanto naturale pretendere dalle istituzioni e dalla politica una presa di coscienza che riporti le istituzioni stesse verso le esigenze della gente e sulla carne viva della crisi, vanno bollate come insopportabili le scene di violenza che arrivano dal Nord, con le vetrine spaccate, le librerie saccheggiate, i negozi assaltati e le auto delle forze dell’ordine distrutte.

Da una parte è comparsa una scritta che la dice lunga sul rischio della degenerazione di una contestazione legittima. Si legge in uno slogan: «Saccheggiamo il lusso e godiamo». Ecco, è su questo principio deviato che bisognerebbe interrogarsi quando si analizza la protesta, o meglio una parte della protesta che cavalca la disperazione per altri fini e per altre logiche. E qui che il cortocircuito segna il solco tra la ragione e la follia, tra la giusta contestazione e l’insopportabile violenza.

La stratificazione sociale, la divisione in ceti e le disuguaglianze di reddito non rappresentano di per sé una patologia; sono, in un certo senso, la fisiologia di ogni comunità complessa fondata sul libero arbitrio, sul merito e sulle diverse inclinazioni individuali. Tuttavia, la storia ci ricorda che una società regge solo finché la distanza tra i suoi gradini non genera un livore cieco. Nel secondo Novecento esisteva un patto implicito, un’architettura politica e concettuale che prendeva il nome di ascensore sociale: chi nasceva senza mezzi sapeva che, attraverso lo studio, la disciplina e il sacrificio, avrebbe potuto conquistare una serenità economica tangibile e garantire un futuro migliore ai propri figli.

Oggi quell’ascensore non si è soltanto fermato: ha invertito la sua corsa. Ed è tutto qui il nocciolo della questione. E dovrebbe essere questo l’obiettivo della protesta. La rottura di questo ingranaggio ha trasformato la legittima aspirazione al miglioramento in un senso diffuso di impotenza, pronto a tradursi in rabbia di piazza. A monte di questa deriva vi è una precisa e grave responsabilità politica.

A partire dagli anni Novanta, un’inadeguatezza trasversale — priva di preparazione, lungimiranza e visione strategica — ha gettato in Italia e in Europa i presupposti per una strisciante guerra civile. Abbiamo ceduto al miraggio di una globalizzazione incontrollata e abbiamo smantellato l’economia reale, radicata nel lavoro manuale, nella produzione concreta, nelle fabbriche e nella rete del commercio di prossimità, quest’ultimo soffocato dallo strapotere dell’e-commerce.
Spostando il baricentro dell’economia sulla finanza pura per estremizzare i profitti, l’Occidente ha azzerato il proprio patrimonio produttivo, delocalizzando la creazione di beni verso l’Oriente.

Oggi ci ritroviamo vulnerabili e dipendenti dai capitali e dagli investimenti dei Paesi emergenti — laddove si produce realmente la ricchezza tangibile — ed esposti ai primi contraccolpi delle crisi geopolitiche mondiali, come dimostrano i costi energetici che mettono in ginocchio chi trasporta le merci. Questo sviluppo asimmetrico ha arricchito un’esigua minoranza e impoverito drammaticamente il ceto medio. Di fronte a salari reali bloccati e a un’inflazione che erode i risparmi, la politica ha preferito la scorciatoia dell’assistenzialismo e dei bonus d’emergenza, dimostrandosi incapace di leggere le dinamiche globali e di difendere l’economia del territorio.

Ma la storia, ancora una volta inascoltata, insegna che quando si esaspera la spaccatura tra estrema ricchezza e povertà diffusa, il piano inclinato conduce inevitabilmente alla sete di autoritarismo, alla rivoluzione o al conflitto aperto.

A questa paralisi socio-economica si somma una profonda crisi culturale e psicologica. La scomposizione della società è stata drammaticamente amplificata dai modelli culturali dominanti. I media e le architetture digitali contemporanee propongono senza sosta un paradigma unico e tossico di “vita riuscita”, identificato esclusivamente con l’ostentazione dell’iper-lusso: viaggi esclusivi, beni inaccessibili, opulenza sbandierata.
Questo cortocircuito produce un doppio inganno. Da un lato, fa credere che quegli standard siano a portata di mano, nascondendo la natura spesso fittizia o elitaria di tali narrazioni; dall’altro, svaluta categoricamente la dimensione della normalità agiata. Un’esistenza dignitosa, costruita sul lavoro onesto, sulla stabilità affettiva e sulla capacità di concedersi il giusto decoro, viene ingiustamente percepita come un fallimento se paragonata a modelli irraggiungibili.

Non si tratta di demonizzare la ricchezza o di auspicare un livellamento pauperista. La differenza di ceto non è un male in sé, purché i punti di partenza siano equi e i percorsi aperti al merito. Ciò che va disinnescato è l’equivoco che confonde la realizzazione personale con l’illimite. Quando la cultura collettiva smette di insegnare il valore del limite e la dignità del “sufficiente”, la ricchezza altrui cessa di essere uno stimolo all’emulazione e diventa il detonatore dell’invidia sociale. Chi è ricco, anche se in modo specchiato e meritato, finisce così per diventare il bersaglio di una frustrazione sistemica.

Non sappiamo se siamo ancora in tempo per ingranare la retromarcia prima del punto di non ritorno, ma è chiaro che per andare avanti oggi occorre avere il coraggio di tornare indietro. Bisogna definanziarizzare l’economia e rimettere al centro la produzione di ricchezza reale, favorendo la nascita e la crescita delle aziende produttrici sul territorio. Occorre tornare a puntare in modo intransigente sulle competenze autentiche e sul merito. Questo processo passa inevitabilmente attraverso il riconoscimento dei limiti di una società che abbiamo costruito via via più superficiale, sempre più morbosamente dipendente dalla tecnologia e sempre meno preparata dal punto di vista culturale e valoriale; una società in cui persino l’applicazione acritica dell’intelligenza artificiale finisce spesso per generare un’atrofizzazione del pensiero e una latente demenzialità di ritorno.

Per arrestare questo pericoloso piano inclinato non basta un’iniezione di risorse o una riforma salariale; serve un profondo riallineamento culturale e il recupero della sovranità produttiva. Occorre riabilitare il senso del sacrificio e della conquista graduale, rieducando le nuove generazioni a misurare la propria felicità sul valore reale delle cose e sulle proprie inclinazioni, anziché sul confronto perenne con un’ipnosi collettiva da schermo. Solo restituendo dignità al lavoro reale, affidabilità alla formazione, tutela al commercio locale e misura ai desideri sarà possibile rimettere in moto l’ascensore sociale, spegnere i roghi delle piazze e ritrovare quel clima di distensione e coesione senza il quale nessuna comunità può dirsi davvero civile.