Cinquanta anni di potere criminale ininterrotto, capace di rigenerarsi attraverso i decenni, superare arresti, faide e confische, fino a tramandarsi…
CRONACA
23 Ottobre 2026
Castellammare | Sequestrato il patrimonio di un colletto bianco dei D’Alessandro
l'imprenditore, per gli inquirenti, avrebbe svolto un ruolo di finanziatore delle attività criminali del clan nonché di intermediario con gli operatori economici del settore da avvicinare per l'imposizione del racket.
Beni per circa 1,7 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Napoli a Liberato Paturzo, alias cocò, imprenditore stabiese operante nel settore edile, ritenuto contiguo al clan D’Alessandro, e ai componenti del suo nucleo familiare. Le indagini della Compagnia di Castellammare di Stabia hanno consentito di delineare “indizi sintomatici di pericolosità qualificata”, con particolare riferimento alla sua vicinanza alla camorra locale e ai rapporti tra le sue attività lavorative e il contesto criminale: l’imprenditore, per inquirenti, avrebbe svolto un ruolo di finanziatore delle attività criminali del clan nonché di intermediario con gli operatori economici del settore da avvicinare per l’imposizione del racket.
Gli accertamenti patrimoniali ricondicibili agli anni che vanno dal 1997 al 2024 hanno evidenziato una sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio riconducibile all’imprenditore e alla sua famiglia. Il decreto di sequestro emesso dalla Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione del Tribunale di NAPOLI riguarda cinque unità immobiliari, un box auto, quote sociali e intero patrimonio aziendale di due società operanti nel settore edile e un deposito di risparmio.
Ecco chi è Liberato Paturzo
Il ritratto che ne fanno i magistrati è quello di un uomo da sempre legato alla cosca di Scanzano e in particolare al boss Luigi D’Alessandro, alias Gigginiello, attualmente in libertà dopo una lunghissima detenzione. Paturzo, già invischiato in affari con il clan negli anni ’90, dopo aver scontato una condanna, era poi tornato in libertà, proponendosi – secondo l’Antimafia – come il costruttore di riferimento della cupola di Scanzano. L’uomo che riusciva a infiltrarsi negli appalti pubblici e a controllare tutti quelli privati tra Castellammare e Gragnano.
Il suo nome è finito tra le righe delle principali inchieste della Dda di Napoli degli ultimi anni. L’imprenditore è stato appunto arrestato nel 2018, quando furono eseguiti gli arresti dell’indagine Olimpo, la maxi-inchiesta che svelato un ramificato sistema di estorsioni messo in atto da quattro clan operanti tra Castellammare, Gragnano, Agerola e Pompei, che tenevano sotto scacco decine di imprese.
Ma i guai per Paturzo erano appena ricominciati, perché poco tempo dopo il suo nome è ricomparso anche nell’inchiesta Domino Bis, quella nata dall’omicidio dell’ex collaboratore di giustizia Antonio Fontana, ammazzato nel 2017 ad Agerola. Anche in quel caso gli inquirenti hanno ricostruito gli affari del clan che andavano dalle estorsioni, al traffico di droga, sino ai tentativi di infiltrazione nella cosa pubblica e nell’economia reale servendosi, appunto, dei suoi colletti bianchi. Di lui parlano anche diversi collaboratori di giustizia, l’ultimo Pasquale Rapicano.
E’ il 27 gennaio 2020 quando l’ex killer della cosca di Scanzano, oggi collaboratore di giustizia, si siede davanti ai magistrati dell’Antimafia per raccontare tutto ciò che sa in relazione agli appalti. Il pentito svela: «Paturzo ricorreva a Vincenzo “terra terra”, ossia Vincenzo Di Vuolo, per costringere mediante minaccia i rappresentanti dei condomini ad assegnare i lavori edili alle sue ditte. Non c’era lavoro pubblico o privato a Castellammare, che non venisse fatto dal Paturzo – poi aggiunge – Arrestato il Paturzo, questa funzione oggi viene svolta da (…)». A questo punto il verbale viene coperto da omissis, lasciando immaginare che Rapicano abbia fatto il nome del nuovo costruttore vicino alla cosca, rispetto al quale evidentemente sono in corso degli accertamenti.

