Le mani del clan Moccia su appalti Rfi e rifiuti. Coinvolti imprenditori e politici
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Una sentenza pesante, arrivata al termine di una camera di consiglio fiume durata quattro giorni in una sede esterna, la caserma Diaz. La settima sezione penale del Tribunale di Napoli ha emesso il verdetto di primo grado nel processo a carico della famiglia Moccia, considerata dalla DDA di Napoli un’organizzazione criminale caratterizzata da una forte e spiccata vocazione imprenditoriale.
L’aula blindata
Il procedimento, particolarmente complesso e blindato da imponenti misure di sicurezza coordinate dal commissariato del Palazzo di Giustizia e dai carabinieri nell’affollatissima aula 114, ha coinvolto complessivamente 43 imputati. L’inchiesta e il dibattimento si sono snodati tra colpi di scena, trasferimenti di competenza – dal tribunale di Napoli Nord a quello partenopeo – e la celebre discesa in aula del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, a fianco dei pubblici ministeri Ida Teresi e Ivana Fulco, a seguito della scarcerazione per decorrenza dei termini di alcuni imputati chiave.
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Le condanne pesanti
Al centro del verdetto ci sono le condanne inflitte ai vertici della famiglia: 30 anni di reclusione per Antonio Moccia, 24 anni per Angelo Moccia, 21 anni per Luigi Moccia e 16 anni per Gennaro Moccia, figlio di Angelo. Pene severe anche per altri imputati di primo piano, tra cui Francesco Di Sarno (20 anni), Giovanni Esposito (18 anni e 6 mesi), Francesco Favella (17 anni), Angelo Piscopo (17 anni), Gennaro Rubiconti (18 anni), Filippo Iazzetta (21 anni), Massimo Malinconico (16 anni), Pasquale Credendino (16 anni) e Antonio Nobile (16 anni).
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Libertà vigilata e assoluzioni
Per i fratelli Moccia, Gennaro Moccia, Iazzetta, Damiano, Di Sarno, Favella, Malinconico, Nobile, Piscitelli, Piscopo, Rubiconti e Giovanni Esposito il tribunale ha disposto inoltre due anni di libertà vigilata. Tuttavia, il collegio giudicante ha anche emesso diverse assoluzioni – alcune con formula piena «perché il fatto non sussiste» o «per non aver commesso il fatto» – e dichiarato prescrizioni o estinzioni di reato per sopravvenuto decesso.
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Gli imprenditori scagionati
Tra le assoluzioni eccellenti spicca quella dell’imprenditore Ciro Ferone, difeso dal professore Vincenzo Maiello e dall’avvocato Lucio Cricrì, che era accusato di riciclaggio per finalità mafiose: per lui è arrivata l’assoluzione con formula piena e la restituzione dell’azienda e dei beni sotto sequestro. I legali hanno commentato con soddisfazione la fine di un incubo giudiziario che ha segnato profondamente l’imprenditore. Fuori dalle maglie della condanna anche l’imprenditore Giuseppe De Luca, cognato di Angelo Moccia e difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Gerardo Auletta, coinvolto nel filone d’indagine sugli appalti per l’alta velocità, e Francesco Pirozzi, titolare della Fadep spa (difeso dall’avvocato Gino Fabio Fulgeri), che rispondeva di turbativa d’asta.
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Il sequestro patrimoniale
Per altri imputati minori, le pene si sono attestate su condanne inferiori, come i 6 anni a Pietro Chirico e Angelo Esposito, e vari periodi di reclusione inferiori ai tre anni per posizioni marginali. Il tribunale ha infine disposto il sequestro, finalizzato alla confisca, di una lunga serie di beni riconducibili agli interessi patrimoniali dell’organizzazione.