La fatica dell’idea per un riscatto del riformismo
La forza del riformismo e la grande tradizione del socialismo democratico dovrebbero nutrirsi della capacità implacabile di interrogare il presente. I bisogni della società, le emergenze.
Oggi, chi abita questa sponda della politica vive però una tormentata crisi di appartenenza: non per un cedimento ideale, ma per il doloroso scarto tra quella che è stata la grandezza originaria di un’idea lungimirante e il piccolo cabotaggio dell’offerta politica attuale.
Come diceva Norberto Bobbio, che Pertini volle senatore a vita, il discrimine fondamentale tra destra e sinistra sta nell’atteggiamento di fronte alle disuguaglianze e nella volontà di ridurle.
E la sinistra contemporanea, piegata ormai sulla tecnocrazia o votata alle battaglie puramente simboliche, sembra aver smarrito proprio quel compito primario: la lotta contro le disuguaglianze materiali e sociali.
L’involuzione ha allontanato il riformismo dalla sua funzione trasformatrice, lo ha ridotto a un esercizio sterile di gestione dell’esistente e all’incapacità di smarcarsi dalla logica delle poltrone e dell’occupazione del potere. Il risultato è che gli ideali fondanti sembrano essere irrimediabilmente stravolti.
Sul piano sociale, lavoro, lotta alla povertà e sicurezza sono finiti quasi ai margini dell’agenda politica, un po’ per l’incapacità di affrontare i grandi nodi dell’attualità e un po’ per il timore di risultare impopolari.
Libertà e giustizia sociale, diceva Pertini, sono conquiste preziose da difendere ad ogni costo. Non può esistere una senza l’altra. E senza di esse non può esistere una comunità. Una lezione quasi dimenticata.
L’aver accettato i dogmi della precarizzazione e della flessibilità a tutti i costi, l’aver smesso di parlare il linguaggio comune della fatica e del sacrificio, l’aver smarrito il senso stesso della rappresentanza popolare, lasciando le periferie esistenziali senza voce e senza scudo, e la stessa convinzione di dover sostenere priorità d’agenda esterne o astratte, che non si sposano con le esigenze materiali del Paese, ha compromesso l’alleanza storica tra la sinistra e i ceti medi.
L’impotenza di una politica di programmazione e l’accettazione della filosofia dell’assistenzialismo da una parte, l’imbarazzo di affrontare i temi del lavoro, della sicurezza e della gestione dell’immigrazione dall’altra, hanno finito per essere inevitabilmente una concessione di spazi elettorali prima alla demagogia di movimenti pseudo-rivoluzionari e poi alle destre. E si è allargato il solco tra la base e i partiti di riferimento, sempre più aridi, litigiosi e frammentati.
Ancor più devastante è stata l’adozione di un linguaggio autoreferenziale, condito dal moralismo e dal politicamente corretto. Da anni, poi, il confronto si fossilizza nel martellamento ossessivo su determinati diritti civili, pure sacrosanti sia chiaro, e sulla ostinata pretesa di imporre giuste rivoluzioni culturali dall’oggi al domani anziché provare a creare le condizioni capaci di accompagnare i cambiamenti epocali e necessari nel tempo favorendone l’assimilazione e la condivisione senza strappi e senza tensioni.
E l’insistenza ostinata su questioni etiche, che non dovrebbero mai finire nella bagarre della propaganda, prima ancora che all’avvio di una auspicata evoluzione ed emancipazione, ha provocato uno scontro ideologico che ha diviso l’elettorato, a partire da quello cattolico.
La sinistra ha prediletto la purezza della forma, spesso con scarsi risultati, rispetto alla durezza della sostanza, e di conseguenza ha perso di vista la vocazione popolare che sapeva parlare la lingua concreta dei bisogni.
A impoverire ulteriormente questo orizzonte ha contribuito il tradimento di una grande visione: l’uomo, la comunità, la dignità del lavoro e la sicurezza sono diventati variabili dipendenti e non costanti dall’economia e della società. Causa oppure effetto, ma questo conta poco, dell’indebolimento delle leadership costantemente imposte dall’alto o decise nei corridoi, sempre più incapaci di interpretare i sentimenti dell’elettorato.
La sfida, adesso, è la ricostruzione. Che, francamente, avrebbe bisogno di robuste fondamenta più che di campi più o meno larghi ma spesso spuria. Per fronteggiare le destre, facilitate e vincenti sul terreno dello scontro demagogico e populista sul quale la sinistra ha scelto di scivolare, bisognerebbe recuperare le proprie radici e i propri valori fondanti partendo da un concetto inevitabile: la politica riformista e socialista costa fatica e passa spesso per i sentieri tortuosi dell’impopolarità. Non può essere facile e immediata, proprio perché è intrisa di grandi idee, valori, visioni, contenuti e di un necessario pluralismo di opinioni al quale tutti stiamo lentamente rinunciando.
Non si può continuare a stare sul terreno di una lotta impari, qual è quella dettata dalle scorciatoie del populismo: bisogna avere anche il coraggio di essere controcorrente ma al tempo stesso densi e pieni di sostanza.
Serve rimettere al centro del dibattito i diritti universali, la redistribuzione della ricchezza e la democrazia economica. Ma anche la libertà, la meritocrazia, la sicurezza. Senza paura. Senza tentennamenti. A livello nazionale, ma anche a livello locale, dove molte amministrazioni continuano ad essere deboli ed approssimative.
Serve, senza se e senza ma, la misura alta e severa della politica che sa guardare lontano, senza tatticismo. La sinistra deve tornare a essere la voce di chi non ha voce.
Autorevole.
Competente.
Coraggiosa.

