Felice Moccia, il giro del mondo in camice e San Giuseppe Vesuviano nel cuore
Ha attraversato diverse scuole chirurgiche, si è formato tra Italia, Francia, Spagna e Sud America e ha incontrato realtà professionali differenti. Ma, ovunque si trovasse, alla domanda sulle proprie origini ha sempre risposto allo stesso modo: San Giuseppe Vesuviano. È da qui che parte la storia professionale di Felice Moccia, che il 27 ottobre 2026 ha conseguito con il massimo dei voti la specializzazione in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica all’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli».Un traguardo che chiude una fase importante della formazione e apre nuove prospettive professionali. Nel percorso del giovane medico ci sono l’esperienza maturata accanto a specialisti di diversi Paesi, la ricerca scientifica, le pubblicazioni su riviste internazionali e l’impegno nella rappresentanza universitaria. Ma anche gli incontri con i pazienti, le storie che restano impresse e la convinzione che la medicina richieda competenza, studio e senso di responsabilità.
Dottor Moccia, come si vive il raggiungimento di un traguardo così importante?
«Con grande soddisfazione e con la consapevolezza della responsabilità che comporta. Ma chiamami Felice. Siamo tutti persone: un titolo certifica un percorso e affida dei compiti, non stabilisce il valore di chi abbiamo davanti. Mi piace pensare che i titoli servano a fare, più che a essere esibiti. Adesso conta mettere a frutto quello che ho imparato e continuare a crescere».
Il suo percorso l’ha portata a confrontarsi con realtà chirurgiche internazionali. Quali incontri sono stati più significativi?
«Ho avuto la possibilità di formarmi con il professor Cannistrà in Francia e a Monza, con i professori Saldanha, Kreiski, Neto e Auersvald in Brasile e con Goyeneche in Colombia. Ho approfondito aspetti diversi della specialità anche in Spagna e, in Italia, all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e al Policlinico di Monza. Il confronto con scuole differenti è stato prezioso. Ogni esperienza mi ha dato qualcosa da studiare, comprendere e portare con me».
La chirurgia plastica viene spesso associata soltanto all’estetica. Che cosa ha scoperto attraverso la formazione?
«La chirurgia plastica non è soltanto estetica. Tra Parigi e Monza ho approfondito la chirurgia post-bariatrica, che riguarda il rimodellamento corporeo dopo importanti perdite di peso. All’Istituto Europeo di Oncologia di Milano mi sono formato nella ricostruzione mammaria in ambito oncologico. Sono ambiti diversi, che mostrano quanto possa essere ampio il nostro lavoro».
Ci sono esperienze che le sono rimaste particolarmente impresse?
«In Brasile è stato molto forte partecipare agli interventi sui bambini nati con labiopalatoschisi, comunemente conosciuta come labbro leporino. È un’esperienza che mi è rimasta profondamente dentro. Penso anche alla ricostruzione del seno dopo un tumore o a una paziente che a Parigi affrontava un’addominoplastica dopo aver perso cento chili.Poi c’è chi si rivolge alla chirurgia per realizzare un desiderio estetico importante per sé. Sono situazioni differenti, ciascuna con la propria storia. Non farei una graduatoria delle emozioni: possono essere diverse e tutte bellissime. Per me tutto questo è energia, una parte di ciò che rende così intenso questo lavoro».
Quali settori della chirurgia estetica ha approfondito maggiormente?
«In Colombia, in Brasile e in Spagna ho approfondito la chirurgia estetica del seno, il rimodellamento corporeo attraverso liposuzioni e liposculture, le addominoplastiche e il lifting del volto. Ho cercato di costruire una formazione ampia, attraverso il confronto con differenti esperienze chirurgiche».
Accanto all’attività clinica c’è anche la ricerca scientifica. Quanto conta nel suo lavoro?
«È una componente importante. Svolgo attività di ricerca e ho pubblicato articoli scientifici su riviste internazionali. La formazione passa anche da questo: studiare, approfondire e confrontarsi con la comunità scientifica. Il conseguimento della specializzazione non esaurisce quel percorso».
Durante gli anni universitari si è impegnato anche nella rappresentanza degli studenti e degli specializzandi.
«Sono stato senatore accademico alla Vanvitelli e rappresentante degli specializzandi. Mi sono occupato delle esigenze della comunità universitaria e di chi affrontava il percorso di formazione. È stata un’esperienza importante, perché rappresentare altre persone significa assumersi la responsabilità di ascoltarle e portarne le istanze».
Dopo tante esperienze lontano da casa, quale posto occupa San Giuseppe Vesuviano nei suoi progetti?
«Un posto centrale. Sono molto fiero di essere sangiuseppese: l’ho sempre detto, ovunque mi trovassi. Amo la mia città. Sono stato lontano a lungo per apprendere e poter portare sul territorio quello che ho imparato. Vorrei che le esperienze fatte diventassero qualcosa di utile anche qui. Sarebbe un modo concreto di dare valore al legame con il luogo da cui provengo». È proprio in questo legame con le proprie origini che Felice Moccia individua il senso del percorso compiuto. La specializzazione con il massimo dei voti rappresenta un risultato importante, ma non un punto d’arrivo. Alle competenze acquisite attraverso la formazione internazionale e la ricerca si accompagna la volontà di continuare a crescere, senza perdere di vista il territorio da cui è partito.
Per San Giuseppe Vesuviano, la sua storia è quella di un professionista che ha scelto di viaggiare per imparare, mantenendo salda la propria appartenenza. Per Felice Moccia, invece, la nuova fase professionale porta con sé una responsabilità precisa: trasformare lo studio, il confronto e le esperienze maturate in un contributo concreto alla cura delle persone.A lui l’augurio di proseguire questo cammino con soddisfazioni professionali e umane, affinché le competenze acquisite possano tradursi in un valore aggiunto per i pazienti e, un giorno, anche per la comunità sangiuseppese.

