Uànema, quando i morti restano di casa
«Uanema»: due sillabe e un’anima spalancata. Nel napoletano l’esclamazione vale un «mamma mia», un «addirittura», un soprassalto di meraviglia; alla lettera, è un «oh anima». E se diventa «uanema bella», lo stupore si fa quasi carezza. Difficile trovare una parola più adatta a una città che con i morti non ha mai praticato le buone distanze: li chiama, li interroga, li prende in giro, chiede loro protezione e in cambio offre preghiere. A Napoli l’aldilà non è mai soltanto altrove: è sotto i piedi, dietro una parete, nel cuore del mercato, idealmente al tavolo di casa.È da questa confidenza, insieme tenera e spiazzante, che nasce Uànema – Festa degli altri vivi, arrivata alla quinta edizione e in corso fino a domani, lunedì 2 novembre.
Promossa e finanziata dal Comune di Napoli e organizzata da Full Heads Srls, trasforma il sottosuolo in una mappa della memoria: ipogei, catacombe, necropoli, chiese e «terre sante» si aprono con visite gratuite, mentre letture, teatro, marionette e cinema fanno dialogare i linguaggi di ieri e di oggi. Oltre trenta appuntamenti invitano a scendere sotto la superficie per capire qualcosa anche di ciò che sta sopra.Perché Napoli, da questo punto di vista, è una necropoli diffusa. I morti abitano nelle cave di tufo e nei muri delle chiese, lungo strade che continuano a brulicare di motorini, voci, bancarelle e vita. Le pratiche funerarie greche e romane hanno scavato la città dal basso; nei secoli, il culto delle anime del Purgatorio e delle capuzzelle ha dato a quel mondo sotterraneo un volto domestico.
Le anime pezzentelle, adottate da persone che se ne prendevano cura, e i teschi custoditi nelle scarabattole raccontano un rapporto fatto di reciprocità: una preghiera in cambio di una grazia, un gesto di devozione in cambio di ascolto, un legame che continua anche dopo la fine.Qui la morte può essere comica, irriverente, perfino impertinente. Il riso partenopeo non cancella il lutto: gli si mette accanto, gli gira intorno, lo guarda in faccia senza lasciarsene pietrificare. Da Totò e la sua «Livella» alle guarattelle, il grottesco diventa un modo per riconoscere la morte senza consegnarle l’ultima parola.
Non è fuga dalla paura, ma familiarità con l’ineluttabile: nominarla e perfino canzonarla significa tenerla dentro la vita.La rassegna attraversa alcuni dei luoghi più suggestivi della Napoli sotterranea e della sua memoria: dalle Catacombe di San Gennaro all’Ipogeo dei Cristallini, dalla chiesa di Santa Luciella a Sant’Anna dei Lombardi. Qui la storia incontra il teatro, la letteratura e le tradizioni popolari, in un dialogo che restituisce alla morte la sua dimensione umana. Ci sono Pulcinella e le anime pezzentelle, con la loro miscela di comicità e devozione; ci sono le pagine di Leopardi, che affidano proprio ai morti uno sguardo disincantato sulla vita, e le voci del mondo antico che tornano a interrogare il presente. Anche il cinema partecipa a questo viaggio, evocando fantasmi e riti dimenticati.
Linguaggi diversi, un’unica domanda: che cosa succede quando il mondo dei morti smette di essere un territorio lontano e torna a parlarci?Oggi, domenica 1° novembre, nel pieno della rassegna, la Basilica di San Giovanni Maggiore ospita alle 18 «La Capuzzella Attilio. Quattro funerali, due matrimoni e una pensione», racconto di e con Amedeo Colella, con Umberto Tommaselli: una storia di teschi adottati, sogni, superstizioni e intrecci familiari, affidata all’umorismo napoletano. In mattinata torna Pulcinella e le visite guidate attraversano la città nascosta. Il giorno della Commemorazione dei defunti, sarà invece il Cimitero delle Fontanelle a diventare il cuore simbolico di Uànema: la visita notturna straordinaria, curata dalla Cooperativa La Paranza e accompagnata dalle testimonianze degli abitanti del quartiere, segna l’ingresso del sito nel percorso della rassegna. In quella cava riposano migliaia di resti anonimi, vittime di epidemie e miseria. Per generazioni i napoletani li hanno adottati, puliti, chiamati per nome, interrogati nei sogni.
I morti senza identità sono diventati parenti.È forse qui che la festa smette di essere soltanto un appuntamento culturale e mostra la sua urgenza più attuale. Nel Mediterraneo, lo stesso mare che abbraccia Napoli, continuano naufragi e conflitti; migliaia di persone muoiono senza nome, senza sepoltura, senza che qualcuno possa piangerle. La tradizione delle Fontanelle, con la sua pietà concreta, ci ricorda che una comunità si misura anche da come tratta i propri morti: se li riduce a numeri o restituisce loro una storia, se li lascia fuori dal proprio orizzonte o li riconosce come parte della famiglia umana. Ricordare, allora, non è voltarsi indietro. È una forma di responsabilità verso il presente.
La commemorazione dei defunti rischia spesso di concentrarsi in un giorno, tra fiori e formule ripetute. A Napoli, invece, la memoria sembra avere più stanze: si entra in una chiesa, si scende in un ipogeo, si ascolta una voce antica, si ride di una capuzzella. Il confine tra vivi e morti non scompare, ma diventa attraversabile, almeno per il tempo di una storia. Uànema ci invita a compiere questo piccolo viaggio: discendere, guardare, ridere, risalire. E tornare in superficie con una domanda semplice, che riguarda tutti: che cosa dobbiamo a chi non c’è più, e che cosa perdiamo noi quando smettiamo di ricordarlo?

