Quel bacio del dottor Aiuti che cambiò la percezione dell’Aids: così ci fu la svolta nella battaglia
Ci sono immagini che riescono a raccontare più di tante parole. Una di queste è lo scatto del 1991 che ritrae il professor Ferdinando Aiuti mentre bacia Rosaria Iardino, una donna che viveva con l’HIV.
Un gesto forte, compiuto davanti a una platea di medici e giornalisti durante un congresso sull’AIDS a Cagliari, quando ancora circolavano paure e convinzioni errate sulle modalità di trasmissione del virus.
Quel bacio non fu una semplice provocazione: diventò una delle immagini più riconoscibili della lotta allo stigma, un modo per dimostrare pubblicamente che l’HIV non si trasmette attraverso un bacio, un abbraccio o la condivisione degli spazi quotidiani. All’inizio degli anni Novanta, infatti, la paura non riguardava soltanto la malattia, ma anche il contatto con le persone sieropositive.
La disinformazione alimentava isolamento e discriminazioni, trasformando spesso chi aveva contratto il virus in qualcuno da tenere a distanza. Aiuti e Iardino scelsero di rispondere con un gesto immediato, capace di superare il muro dei pregiudizi.
A distanza di oltre trent’anni, quella fotografia conserva ancora il suo significato: la prevenzione passa anche dalla conoscenza e dalla capacità di distinguere i rischi reali dalle paure infondate. Oggi il contesto è profondamente diverso.
Le informazioni sono più accessibili, la medicina ha compiuto passi avanti e le possibilità di protezione sono aumentate. Eppure, conoscere il virus non significa necessariamente sapere come prevenirlo.
È proprio in questa distanza tra le informazioni disponibili e i comportamenti quotidiani che si inserisce una delle sfide più importanti della salute pubblica: rendere la prevenzione una pratica concreta, soprattutto tra le nuove generazioni. Il problema è che molte infezioni possono essere asintomatiche, soprattutto nelle fasi iniziali.
L’assenza di disturbi non equivale quindi all’assenza di un’infezione. Senza controlli, una persona può non accorgersi di aver contratto una malattia e, di conseguenza, non sapere di poterla trasmettere. È uno dei motivi per cui gli specialisti insistono sull’importanza di sottoporsi ai test quando necessario, rivolgendosi ai servizi sanitari e senza affidarsi a valutazioni personali o informazioni trovate casualmente online.
IL TEST NON DEVE FARE PAURA
La prevenzione non si esaurisce in una campagna pubblicitaria o in una giornata dedicata alla sensibilizzazione. Comincia dalla possibilità di parlare di sessualità senza imbarazzo, di conoscere i rischi e di avere accesso a strumenti di protezione.
Il preservativo, se utilizzato correttamente, riduce il rischio di trasmissione dell’HIV e di molte altre infezioni sessualmente trasmesse. A questo si aggiungono i test diagnostici, le vaccinazioni disponibili contro alcune infezioni, come il papillomavirus umano e l’epatite B, e strumenti specifici per la prevenzione dell’HIV, come la PrEP, una profilassi farmacologica indicata per le persone che presentano un rischio significativo di contrarre il virus.
Anche il test HIV merita di essere raccontato per quello che è: uno strumento di tutela della salute, non un motivo di vergogna. È l’unico modo per conoscere il proprio stato sierologico e, in caso di positività, iniziare tempestivamente il trattamento.
Le diagnosi tardive restano infatti un problema importante: in Italia, nel 2024, quasi sei persone su dieci hanno scoperto di avere l’infezione quando il sistema immunitario risultava già compromesso, considerando la soglia dei 350 linfociti CD4. Un ritardo che può rendere più complesso il percorso di cura e che dimostra quanto sia necessario superare la convinzione che il test serva soltanto quando compaiono sintomi.
PARLARE AI GIOVANI, SENZA PREGIUDIZI
La questione generazionale entra in gioco proprio qui. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno a disposizione strumenti che le generazioni precedenti non avevano: internet, social network, campagne digitali e una quantità enorme di contenuti dedicati alla salute.
Ma la presenza di informazioni non garantisce automaticamente che siano corrette, comprese o applicate. Tra video brevi, consigli improvvisati e fonti non verificate, il rischio è quello di confondere la facilità di accesso alle notizie con una reale consapevolezza.
Per questo parlare di prevenzione significa anche scegliere il linguaggio giusto e i luoghi in cui farlo. Scuole, università, consultori, ambulatori e piattaforme digitali possono diventare spazi in cui affrontare il tema della salute sessuale in maniera chiara, senza giudizi e senza trasformarlo in un argomento da evitare. Non basta invitare i giovani a proteggersi: occorre spiegare perché farlo, quali strumenti utilizzare e a chi rivolgersi quando si ha un dubbio.
Il messaggio non deve essere quello della paura, ma della responsabilità. Una sessualità consapevole non si costruisce attraverso il silenzio o il senso di colpa, bensì attraverso informazioni affidabili e la possibilità di compiere scelte libere e informate. E soprattutto non può essere affidata soltanto alla responsabilità individuale: servono servizi accessibili, campagne continuative e occasioni di confronto che non si limitino alle ricorrenze.
Quel bacio del 1991 aveva un obiettivo preciso: abbattere il pregiudizio e ricordare che una persona con HIV non è un pericolo da evitare. Oggi la sfida è anche un’altra: impedire che la maggiore disponibilità di cure e informazioni faccia abbassare l’attenzione. Perché la medicina può intervenire, ma la prevenzione comincia prima, nella conoscenza, nella protezione e nella scelta di non rimandare un controllo. Trentacinque anni dopo, il messaggio resta attuale: non bisogna avere paura di informarsi, né vergogna di proteggersi.

