Buddy Holly, quando il rock morì a 22 anni

metropolisweb,  

Buddy Holly, quando il rock morì a 22 anni

Rocco Traisci

Chiunque non muoia al momento giusto muore due volte. Come in tutti i romanzi di appendice c’è sempre una tragedia a stimolare la nascita di un mito, dove il destino è protagonista e la vittima un semplice convitato di pietra, ormai dimenticato negli annali dello showbiz. Chissà cosa ci siamo persi con la giovane morte di Buddy Holly, l’inventore del rock e soprattutto del concetto di rockstar maledetta, scomparso a soli 22 anni in un incidente aereo in cui persero la vita anche Ritchie Valens e Big Bopper. La leggenda di Buddy Holly (il cantautore occhialuto del rock’n’roll, che da tre anni fa già impazzire i teen-ager americani con le sue filastrocche rockabilly tra cui “Peggy Sue”) nasce proprio all’alba del 4 febbraio del 1959 quando il pubblico del Surf Ballroom di Clear Lake, nello Iowa, abbandona la sala. La band esce dai camerini dopo uno dei concerti del Winter Dance Party, 24 date nel Midwest, un tour cominciato al Million Dollar di Milwauwkee e che terminerà il 15 febbraio all’Illinois State Armony di Springfield. Il bus che trasporta i musicisti ha come al solito una temperatura interna da igloo islandese, così Buddy decide di prendere in affitto un aereo privato che li porterà in Minnesota per una nuova tappa. La band è costituita da Buddy Holly in testa, dal cantante e chitarrista Jiles Perry Richardson Jr. detto “Big Bopper”, il cantante Francis DiMucci detto “Dion”, il chitarrista Tommy Allsup, il bassista Waylon Jennings, che sarebbe poi diventato uno dei più celebri folksinger americani e Richard Steve Valenzuela, conosciuto come Ritchie Valens ha da poco cambiato la sua vita grazie  a “La Bamba”, una canzone tradizionale huapangomessicana vecchia di trecento anni, riletta in chiave chicano-rock e piazzata come lato B di un 45 giri (“Donna” / “La Bamba” pubblicato nel 1958 su Del – Fi Records– 4110), divenuta in poco tempo un successo planetario. All’aeroclub locale, il Dwyer Flying Service, c’è un piccolo aereo disponibile, un Beechcraft Bonanza da quattro posti, compreso quello per il pilota, quindi tre posti e sei passeggeri a contenderseli. E a questo punto bisogna stabilire chi si godrà la comodità del volo e chi dovrà invece farsi il lungo trasferimento su strada sul pullman-frigorifero. Dunque è la sorte che decide, si fa la “conta” e i fortunati vincitori del posto sono Buddy, Valens e Big Popper. L’aereo purtroppo andrà a sbattere sulla pista per problemi di visibilità all’atterraggio e i tre musicisti – più il pilota –  moriranno sul colpo, aprendo le edizioni di tutti i giornali americani. Dopo sessantuno anni il dramma di Buddy Holly e soci è ancora un caso giudiziario, sia per la vasta eco mediatica del tempo sia per la grandezza dei protagonisti, costretti a salire ancora così giovani nel gotha della musica americana contemporanea. Il 4 febbraio del ’59 – secondo il biografo e critico musicale Piero Scaruffi – è “la prima grande tragedia del rock”.