Cultura: il viaggio, la conoscenza

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Cultura: il viaggio, la conoscenza

Ancora una scelta tematica felice, secondo tradizione peraltro, quella dell’Associazione culturale dei “Cunctatores” (in ogni caso tutt’altro che temporeggiatori a dispetto del nome) nel proporre quale oggetto di discorso, riflessione, ascolto, il viaggio. Ovviamente lungo prospettive assai lontane dal mero svago turistico, bensì seguendo un’ispirazione complessa che mette in relazione l’esterno da noi con il proprio mondo interiore, in un esercizio di conoscenza che può essere praticato a condizione che si sappia e si voglia munirsi di «nuovi occhi». Ma non solo, dal momento che sono stati invitati a dibattere pubblicamente (nel bel salone della più che straordinaria Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, nel Maschio Angioino – da ribattezzare, primo o poi, in Aragonese) l’argomento esponenti rappresentativi delle «due culture», quella umanistica e quella scientifica. Ad ogni modo, a chi scrive è toccato muoversi a partire dal proprio sapere, lo storico appunto, privilegiando in prima istanza quadri concettuali epocali, dentro cui situare alcuni modelli concreti, o tipologie, di viaggiatori e di viaggi. Accantonata rapidamente, ma non certo per una scarsa rilevanza rivestita, essendo semmai vero l’opposto – basterebbe pensare all’Ulisse omerico o all’Enea virgiliano -, si è invece insistito sul passaggio, in età medievale e segnatamente nella scia del risveglio dopo l’anno Mille e la scampata, ma creduta prossima, fine del mondo, dalla “stanzialità” all’«itineranza». Vale a dire, l’avvio di una fase in cui gli essere umani, civili, Riflessionimilitari, studenti, intellettuali e persino eremiti, prendono a muoversi, a spostarsi, sempre più intensamente e sempre più lontano. Marco Polo, veneziano e con dimestichezza di famiglia con mare e viaggi, arriva nella lontanissima, e diversissima, Cina attraversando mezzo mondo e rimanendo trent’anni lontano dalla sua patria (seconda metà de secolo XIII). Due secoli dopo, toccherà a Cristoforo Colombo, genovese ma di casa nella penisola iberica, compiere alcuni viaggi «di scoperta», toccando terra nelle isole caraibiche pur credendo di essere giunto nella favolosa India, quell’Oriente cui riteneva di potere approdare muovendosi infinitamente verso Occidente! ma tant’è, dell’uno e dell’altro modello, abbiamo per fortuna diretta, o indiretta testimonianza, da cui evincere la eccezionale portata delle loro imprese. Cambiando scenario, ma restando alla prima età moderna, si è voluto inserire il ricordo del lungo peregrinare per l’Europa (in vista di un incontro, faccia a faccia, nientedimeno che con l’imperatore Carlo V a Bruxelles) del nobile cardinale Luigi d’Aragona, nipote del “gran re” Ferrante I (d’Aragona), compiuto nel secondo decennio del Cinquecento attraverso l’Italia del Nord, la Svizzera, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, e ritorno. Il che ha fornito il destro per spostare l’attenzione su Napoli, cornice emblematica di un nuovo passaggio epocale, questa volta nel XVIII secolo, dall’attenzione rivolta prevalentemente ai luoghi e al territorio, in genere, alla curiosità e all’interesse che vengono rivolti agli abitanti, alle comunità umane che quei luoghi e territori popolano piegandoli, per di più, alle loro esigenze, ma anche capricci o estro. In tal senso, i viaggiatori stranieri del tempo hanno sempre Napoli e il Sud negli itinerari del «Grand Tour», ma sempre più sono attratti dai napoletani e dai meridionali, come puntualmente riportato nei loro preziosi «carnet de voyage». E venendo all’oggi, non s’è potuto fare a meno di registrare la banalizzazione dell’esperienza di viaggio, intervenuta anche per la velocità e dunque ridotta durata degli spostamenti, e per l’omologazione dilagante degli itinerari e delle visioni. Tuttavia, segnalando quelli che a ben vedere ne costituiscono come dei salutari antidoti. Si tratta di esperienze estremamene diverse e distanti tra loro: il viaggio, come concepito e praticato da un nostro contemporaneo, l’inglese Bruce Chatwin (morto verso la fine del ‘900), il quale, abbandonato il giovanile mestiere di banditore presso una prestigiosa casa d’aste britannica, si reca in Afghanistan e, con particolare risalto, all’estremo sud del mondo, oltre il Cile, nella incredibile Patagonia, per un verso. Per l’altro, il famoso, e rinomato, «Camino de Santiago», il pellegrinaggio a Santiago de Campostela, compiuto da oltre mille anni da miriadi di camminanti che si muovono anche da terre lontane seguendo percorsi rimasti immutati nei secoli. Nel caso in questione, risalta l’intenzione spirituale che muove i viandanti, ancora ai nostri giorni, la ricca simbologia che tale peregrinatio riveste, il compimento che esso rappresenta di una tensione interiore al ricongiungimento così all’Essere supremo, trascendente, come alla Terra-madre, alla natura. Tra i due estremi, l’essenza del proprio io e la funzione appagante, catartica, del faticoso, meditabondo cammino.

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