Dalle torture in Libia al sorriso in Penisola: la favola dei migranti sorrentini

Marina Cappitti,  

Dalle torture in Libia al sorriso in Penisola: la favola dei migranti sorrentini

SORRENTO (Marina Cappitti) – Quando Sanna e Famakan per la prima volta varcano la soglia del Circolo sorrentino quella che si definisce la Sorrento bene storce il naso. Finché i due ragazzi, di 21 e 19 anni, arrivati dal Gambia e dal Mali, danno una mano in Cattedrale è un conto. Ma lì nel circolo, frequentato da molti imprenditori, nella centralissima piazza Tasso, non tutti  la prendono bene. Con il tempo però il sorriso di Sanna che sogna di fare l’albergatore e l’impegno di Famakan che da grande vuole diventare pizzaiolo spezzano gli sguardi di diffidenza e abbattono i muri del pregiudizio.  E alla fine l’idea di don Carmine di mandare “volutamente” i due ragazzi a lavorare nel circolo per “mischiare le carte”, come dice lui, diventa una storia di integrazione in tempi in cui soffia il vento dell’intolleranza.  “Non ci conoscevano” dicono i ragazzi a cui non piace nemmeno pronunciarla quella parola: ‘razzismo’. Oggi invece quelli che li “guardavano male” o con “scetticismo” sono diventati loro amici.

Sorrisi e caffè

Con i suoi buonissimi caffè Sanna piano piano li conquista. E soprattutto con quel sorriso. Tanto che qualcuno gli regala un bracciale con la scritta ‘Positive energy’. In molti gli cominciano a domandare come faccia a sorridere sempre, così comincia a raccontare la sua storia. E l’ignoranza si trasforma in conoscenza, il distacco svanisce per lasciare il posto all’umanità. “Sorrido perché lo devo a chi non ce l’ha fatta, a chi ho visto morire. A chi non ha la fortuna come me di essere arrivato in Italia”.

Torturati nei lager in Libia

A 15 anni Sanna Manneh scappa dal suo Paese. Un viaggio che durerà due anni, attraversando anche il deserto a piedi. Quando arriva in Libia alcuni uomini fingono di volerlo aiutare ed invece lo portano in una prigione. Se vuole uscire deve pagare mille dollari. Ma lui non ha soldi, non ha niente. “Mi picchiavano e torturavano con armi, fruste ed altri oggetti, è difficile raccontare tutto…” dice mentre gli occhi tornati in quell’inferno si fanno sempre più rossi. Stesso destino per Famakan che a soli dieci anni viene preso dai soldati e portato in quegli stessi lager. “Ci davano un pezzo di pane duro e una bottiglietta d’acqua da dividere in quattro. E poi ci picchiavano continuamente”.

Caricati a forza sui gommoni

Sanna riesce a scappare ma alla fine finisce, come capiterà anche a Famakan, su un gommone. Entrambi imbarcati con la forza. “Con i kalashnikov puntati contro ci chiedevano se volevamo morire sparati lì all’istante sulla spiaggia o andare in mare”.  Lì in quel gommone in mezzo ad un centinaio di persone Sanna ritrova anche suo cugino. “Continuavo a ripetermi che stavo per morire. La puzza di benzina era fortissima, molti accanto a me avevano la pelle bruciata e l’acqua entrava nel gommone”. Così anche per Famakan: è molto piccolo ed è il primo nel suo gommone ad essere completamente ricoperto dall’acqua. “Mi ha salvato un nigeriano che mi ha preso sulle spalle” dice con la voce spezzata di chi è sopravvissuto. Dopo quattro giorni in mare, senza acqua e cibo, una barca di import-export di Panama e un peschereccio di maltesi li salvano portandoli sulla costa della Sicilia, ad Augusta. “Molti non c’erano più” dice Sanna con i loro volti stampati negli occhi. Da lì saranno portati a Portopalo e poi a Castelsantangelo, in provincia di Rieti. Con il servizio civile Sanna dà una mano alla Caritas di Castellammare dove fa anche un corso di pizzaiolo. Poi va a lavorare in un panificio a Sant’Agnello. Infine arriva a Sorrento. Con la cooperativa “Ci impegniamo” di don Carmine, insieme a Famakan, oggi si occupa del bar e dà una mano a tutte le attività della Cattedrale. Qui il parroco in prima linea per l’accoglienza ha dato ospitalità anche a 16 persone arrivate con i corridoi umanitari. Motivo per cui si scatenò mesi fa l’odio sui social fino alla lettera anonima di minacce. “C’è un brutto sentimento non solo qui – dice don Carmine – ma in tutta Europa. Ecco che allora la conoscenza, il contatto, l’integrazione diventano fondamentali per abbattere l’odio”.

La speranza

“Quando passano alla tv le immagini dei barconi, rivedo me in tutte quelle persone” dice Sanna che sta male quando si cavalca l’odio contro i migranti e il razzismo.  “Purtroppo le persone spesso si fanno idee sbagliate su chi come noi arriva in Italia. E questo succede perché una certa politica per prendere consensi parla di noi come invasori. Ci associano alla criminalità. Confondono la sicurezza con l’umanità cercando di creare un muro d’odio tra noi e gli italiani, ma per fortuna la maggior parte di loro non sono così”. Un muro che ogni giorno Sanna e Famakan abbattono.  Vederli insieme che sorridono baciati dal sole sul campetto della cattedrale di Sorrento è sicuramente l’Italia più bella.

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